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Giovanni Goria, il giovane leader tra Craxi e De Mita.

Goria iniziò la sua carriera politica iscrivendosi alla Democrazia Cristiana nel 1960 e operando a livello di politica locale. Venne eletto alla Camera dei Deputati nel 1976.
Fu sottosegretario al Bilancio dal 28 giugno 1981 al 23 agosto 1982 nel I Governo Spadolini, sostituito da Emilio Rubbi in seguito alle sue dimissioni con Dpr del 3 giugno 1982. Dal 1982 ebbe cariche ministeriali in quasi tutti i governi:
* Ministro del Tesoro dal 1 dicembre 1982 al 4 agosto 1983 con il V Governo Fanfani;
* Ministro del Tesoro dal 4 agosto 1983 al 1 agosto 1986 con il I Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro dal 1 agosto 1986 al 17 aprile 1987 con il II Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro e Ministro del Bilancio e programmazione economica, ad interim, dal 17 aprile 1987 al 28 luglio 1987 con il VI Governo Fanfani.

Divenne celebre per il suo stile informale e la sua adattabilità alle trasmissioni televisive. In seguito alle elezioni del 1987, Goria divenne Primo Ministro, grazie alla protezione del presidente del suo partito Ciriaco de Mita, in tale governo era anche Ministro, senza portafoglio, per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno. Fu costretto a dare le dimissioni nel 1988 in seguito alla bocciatura in Parlamento del suo bilancio. Goria venne eletto al Parlamento Europeo nel 1989. Si dimise nel 1991 per diventare Ministro dell’Agricoltura e Foreste nel VII Governo Andreotti dal 12 aprile 1991 al 24 aprile 1992.
Nel successivo Governo, I Governo Amato, 28 giugno 1992-28 aprile 1993, divenne Ministro delle Finanze.
Diede le dimissioni nel 1993 durante le indagini di Mani Pulite che portò alla dissoluzione del suo partito. Lo stesso Goria venne implicato nelle indagini giuridiche. Il suo processo iniziò nel 1994. Venne accusato di un capo d’imputazione, ma il suo processo era ancora in iter quando morì per cause naturali ad Asti.

Giovanni Goria ha percorso, ricoprendo importanti incarichi di governo, tutta la parabola che ha portato alla fine della c.d. “prima repubblica” ed alla dissoluzione delle forze politiche di governo che ne erano state le interpreti.
A Goria va riconosciuto un ruolo da protagonista di questa travagliata e drammatica fase della storia del paese, nonostante la sua figura si collochi in modo piuttosto peculiare nel panorama della classe dirigente di quell’epoca ed in particolare in quella democristiana. Non si tratta, si badi bene, solo di un fatto generazionale, ma di una serie di tratti e di elementi caratteristici del personaggio che risaltano nel confronto con il personale politico suo contemporaneo. Giovanni Goria aveva salde radici nella cultura e nella tradizione democristiana.

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https://www.centrostudimalfatti.eu/giovanni-giuseppe-goria/

AgenSIR | Ultimo e i giovani, risponde il parroco della Garbatella.

Alessandro Di Medio

Domenica 19 maggio, mentre la Chiesa celebrava la Pentecoste, il giovane cantante Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera” circa la situazione a suo modo di vedere critica della “generazione z”, quella nata con uno schermo touch tra le mani, con il rischio di guerre e pandemie sullo sfondo del quotidiano e una rassegnata certezza circa le proprie possibilità economiche future – i ragazzi di oggi, insomma.
Non possiamo non condividere il punto di partenza del giovane cantante: “Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento.” E poi prosegue: “Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare, e nessuno che vada in chiesa”.

Queste considerazioni sono interessanti, perché un giovane famoso, che senz’altro esprime un modo di sentire certamente condiviso da molti suoi coetanei o più giovani, sta dicendo pubblicamente che la contestazione di valori e idee “forti”, tanto osannata in passato dagli ormai impenitenti settantenni benestanti e lamentosi, non presenta alcun aspetto positivo per chi questo mondo l’ha dovuto ereditare, e dovrebbe portarlo avanti.

Nel corso dell’intervista, tuttavia, l’interesse di un lettore desideroso di capire e immedesimarsi nel punto di vista di un ragazzo che, secondo i parametri del mondo, “ce l’ha fatta” non può che scemare, e lasciare il posto a una certa delusione.
Perché è giusto deprecare gli adolescenti che passano dodici ore al giorno a “scrollare” sui social, ma c’è da chiedersi come farebbe Ultimo a raccoglierne quasi quattro milioni come follower su Instagram se questa deprecabile abitudine venisse meno… e se personaggi vistosi come lui non la incentivassero ad arte.
Va bene che il ragazzo si limiti a frasi fatte e osservazioni superficiali sulla politica, perché in fondo la sua premessa esplicita era stata che nessuno della sua generazione ne sa nulla, ma la soluzione a tutta la malvagità dei politici del mondo qual è? “Bere un buon vino con i miei amici. Guardare Shameless, una serie americana, con la mia fidanzata Jacqueline. Le canzoni. Non è scappare dal mondo, è guardarlo con gli occhi dell’altrove”. Cioè scappare dal mondo, per l’appunto, perché “altrove” rispetto al reale significa vivere di costanti rimozioni e negazioni, evasioni.

 

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https://www.agensir.it/italia/2024/05/22/questi-giovani-doggi-risposta-ad-ultimo/

 

[Don Alessandro Di Medio è parroco di San Francesco Saverio alla Garbatella]

Elena Beccalli designata alla massima carica dell’Università Cattolica

È iniziata la procedura per la nomina del nuovo Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il prossimo quadriennio 2024-2028, succedendo al professor Franco Anelli, giunto alla scadenza del suo terzo mandato.

Nella giornata di ieri si sono riuniti i 12 consigli di Facoltà dell’Ateneo.

Le procedure per la nomina del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – ricorda un comunicato – sono regolate dallo Statuto (art. 19) e dal Regolamento generale di Ateneo (artt. 1 e 2). Ciascuna Facoltà può indicare fino a tre nominativi. Nella votazione di oggi tutte le Facoltà hanno designato la professoressa Elena Beccalli, Preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, con 636 preferenze su un totale di 685 votanti, corrispondenti a circa il 93 per cento dei voti.

Sarà il Senato accademico – convocato per lunedì 17 giugno – a comporre la rosa di cinque nominativi, fra tutti coloro che sono stati indicati dalle 12 Facoltà, da sottoporre al Consiglio di Amministrazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nell’adunanza di mercoledì 24 luglio, il CdA procederà alla nomina del Rettore.

 

Chi è Elena Beccalli

Elena Beccalli è preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari nella stessa Facoltà.

È research associate presso il Centre for Analysis of risk and regulation della London School of Economics (Regno Unito), dove in precedenza ha ricoperto i ruoli di tutorial fellow, lecturer e visiting professor. È academic fellow del Centre for Responsible Banking & Finance della University of St Andrews (Regno Unito). È stata visiting professor al Singapore Institute of Management (Singapore) e al China Center for Economic Research dell’Università di Pechino (Cina).

È direttore del Centro di ricerca sul credito cooperativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È membro del comitato scientifico del Laboratorio analisi monetaria nonché del comitato direttivo del Centro di ricerca sulla cooperazione e sul nonprofit, del Centro di ricerca per la formazione in campo finanziario, del Centro studi Economia Applicata. È membro del comitato direttivo del PhD in Economics and finance dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È anche nel comitato scientifico del Dottorato di interesse nazionale in Blockchain e Distributed Ledger Technology. È direttore del master di secondo livello in Credit risk management (CRERIM). 

È presidente della sezione italiana dell’Associazione Europea per il Diritto Bancario e Finanziario (AEDBF). È stata membro del consiglio direttivo dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale (AIDEA) e co-president della European Financial Management Association. È co-editor di Journal of financial management, markets and institutions.

È membro del Comitato scientifico della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice. Fa parte del gruppo di esperi su investimenti socialmente responsabili della Conferenza Episcopale Italiana. È stata coordinatrice del percorso sul Documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, promosso dall’Università Cattolica in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano. È stata ’senior expert del Villaggio Finance and Humanity nell’ambito di The Economy of Francesco. Si è anche occupata della stesura del documento Mensuram Bonam.

Le sue principali aree di interesse scientifico riguardano il settore bancario analizzato nella prospettiva dell’organizzazione industriale, con particolare attenzione ai temi della tecnologia, dell’efficienza, della cooperazione, della biodiversità finanziaria. Negli anni più recenti i suoi studi si sono concentrati su questioni di etica e inclusività, sostenibilità, intelligenza artificiale e leadership femminile.

 

[Il profilo sulla pagina dei “Docenti” della Cattolica]

Grave errore per gli USA il blocco dei fondi all’Autorità palestinese

Il Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha criticato l’annuncio di Israele di voler trattenere i fondi destinati all`Autorità nazionale palestinese (Anp) in risposta alla decisione di tre paesi europei di riconoscere lo Stato palestinese.

“Penso sia sbagliato. Penso sia sbagliato a livello strategico, perché trattenere i fondi destabilizza la Cisgiordania, mina la ricerca di sicurezza e prosperità per il popolo palestinese, che è nell’interesse di Israele. E penso che sia sbagliato trattenere i fondi che forniscono beni e servizi essenziali a persone innocenti”, ha detto Sullivan nel briefing con la stampa.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra israeliana, ha annunciato la sospensione dei trasferimenti dopo la decisione annunciata da Spagna, Irlanda e Norvegia di riconoscere dello Stato palestinese.

Israele raccoglie le entrate fiscali per conto dei palestinesi e le trasferisce all`Autorità Palestinese, che le utilizza in parte per pagare i salari. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Smotrich congelò i trasferimenti, ma in seguito Israele ha accettato di riprenderli con la mediazione della Norvegia. “La Norvegia è stata la prima a riconoscere unilateralmente uno Stato palestinese e non può essere un partner in tutto ciò che riguarda la Giudea e la Samaria. Intendo interrompere il trasferimento dei fondi”, ha scritto Smotrich su X, usando il nome biblico della Cisgiordania.

Nel briefing con la stampa Sullivan ha quindi aggiunto: “Dal nostro punto di vista questi fondi dovrebbero continuare a essere accompagnati da tutte le garanzie necessarie, ma dovrebbero continuare a fluire”.

Elezioni europee, a lungo andare gli slogan svuotano la politica.

Finora la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo presenta forme deprimenti di azione da parte di troppe formazioni politiche, se non tutte. Non si tratta di avere ragione o torto, ma di ciò che si dice e che dovrebbe determinare l’orientamento degli elettori o colpirne la fantasia e l’attenzione.

Si ha la sensazione che fino ad oggi dell’Europa non ci sia particolare traccia. È messa sul fondo di scontri tutti di carattere nazionale tirando in ballo temi generici senza alcuno sforzo per una decente e articolata riflessione. Di esempi potrebbero essercene a bizzeffe, c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Sul fronte sinistro, la Schlein punta ossessivamente, per attrarre consensi, sui temi della sanità e dei diritti sociali, forse dimenticando che sono questioni da affrontare all’interno del confine nazionale, di una caratura senza passaporto.

Sulla barricata opposta si agita Salvini che sui manifesti si dice a difesa della casa e dell’auto. Qualcosa di troppo ridotto respiro a fronte dell’ampia prateria europea. Ce ne sarebbero di temi più scottanti e di sostanza su cui misurarsi. Una politica estera, una difesa e una tassazione comune a tutti i paesi europei sarebbero argomenti forse più centrati e pertinenti. Eppure, i partiti hanno scelto di adottare il vecchio motto del “parva sed apta mihi” per non sbilanciarsi a prendere impegni che in futuro potrebbero rinnegarsi, o semplicemente perché, peggio ancora, si è a corto di idee o più aulicamente di visione.

Leggendo la Treccani, il motto per esteso, posto da Ariosto all’ingresso della sua casa, recitava: “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus” (Casa piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio). Sembra difficile che l’Italia di oggi possa vantare particolari check up, ma è sempre meglio non perdere la fiducia, malgrado l’ascensore sociale ci dice di un paese gravemente in panne e di giovani, non soli ricercatori, che muovono per l’estero puramente alla ricerca di un futuro.

A dirla tutta, sembrava poterci essere un po’ di possibile sana animazione, una scossa che rivitalizzasse la competizione per l’Europa. L’emozione tutta concentrata sul confronto diretto tra la Meloni e la Schlein e sulla stanca primizia di due donne l’un contro l’altra a dibattere. Questa dunque la grande occasione che è andata perduta ed ha gettato nello sconforto ed in uno stato di prostrazione l’intera società italiana, aggrappata ad una speranza venuta crudelmente meno.

Slogan è una espressione che serve a entrare nella guardia dell’ascoltatore in modo da impadronirsene e condizionarne le azioni. Parrebbe che la parola provenga dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm, quindi la sintesi di una moltitudine di spiriti e di urlo, insomma un grido di battaglia di quelle popolazioni. Gli slogan, da sempre, servono alla politica per vincere la loro guerra quotidiana. “Better dead than red” fu un diffuso ritornello anticomunista negli Stati Uniti, durante il tempo di McCarthy. Andrebbe anche detto che lo “Sloganeering” indica un giudizio dispregiativo verso tutto ciò che fa scadere un ragionamento, riducendolo appunto a mero slogan. È proprio quello che sta accadendo in questo tempo di votazioni.

Slog è una parola dai più significati. Ci dice quando si vuole colpire con forza qualcuno e nel contempo significa anche sgobbare o arrancare. La nostra politica appare in grado di fare una sintesi di tutto questo. Si vuole colpire l’avversario, si sgobba per rastrellare un voto in più degli altri, si arranca perché non si sa bene come fare o cos’altro fare. “Slog it out” si traduce con lo sfidarsi. “Mancò la fortuna, non il valore” dissero i nostri eroici Bersaglieri nella battaglia di El Alamein. Così i partiti sognano di potersi rincuorare ogni giorno fino ai giorni dell’8 e del 9 giugno per andare a mettere la propria scheda nelle urne.

Da slogan a sloggiare il passo è breve. C’è ancora modo per cambiare rotta e recuperare il nuovo che manca.

Capire la destra per votare contro di essa

Mancano tre settimane al voto di giugno per il Parlamento europeo e una cosa noi elettori l’abbiamo ben chiara dopo aver votato innumerevoli volete in questi ultimi 10 anni: non leggere i programmi elettorali. Non perché non siano una degna lettura, bensì perché sono la somma delle buone intenzioni che ciascuna forza politica vorrebbe fare ma che è certa di non poter portare avanti e che la realtà della gestione del potere sarà molto diversa. Però per legge bisogna presentarli e ciascun candidato di quella forza politica disegna il proprio programma secondo quella guida. 

Le elezioni europee non divergono da questo schema “virtuale” delle buone idee. Abbiamo imparato che conviene seguire le idee dei leader, quello che dicono nei comizi elettorali e farsi una idea propria, ma non  condivisa all’interno del gruppo appartenenza: in questa società “liquida” il potere non ama le aggregazioni, preferisce ed incoraggia sempre l’opinione del singolo elettore, facilmente controllabile. Proprio il contrario dell’identità sociale con cui sono costruiti i partiti. 

In queste elezioni la prima chiamata al voto è per l’elettorato di destra: per i conservatori moderati e per quelli ultra conservatori. È avviene nella convention di Madrid degli ultra conservatori – partito VOX – dove la leader italiana lancia la chiamata al voto delle destre tutte per costruire una “Europa migliore”. I distinguo sono subito arrivati dalla destra francese, non tanto per una possibile perdita di visibilità politica quanto per un modello di sviluppo economico e sociale differente. Il modello della destra ultra conservatrice è dal lato privato fortemente liberista: un “laissez faire” che  supera anche le più rose previsioni di Adam Smith (economista del XVIII sec.) e che ci proietterebbe in un far-West economico e sociale distruttivo. Bilancia questo principio la presenza dello Stato regolamentatore per i servizi essenziali (difesa, salute, economia pubblica, trasporti, istruzione, cultura, welfare, ecc) che controlla ma pure dirige l’economia e per mezzo di essa anche i suoi cittadini. 

In Francia lo Stato è ben presente nell’economia con il controllo pubblico sulle nazionalizzazioni e i settori csosiddetti strategici, ma il liberalismo non è così sfrenato anzi è regolamentato dallo Stato in un – senso come dire? – “ben temperato” tra l’interesse del singolo, il mercato e le esigenze pubbliche. Tuttavia l’Europa che vuole l’ultra destra è quella del concetto semplice della competizione del “vinca il migliore” in tutti i settori della vita sociale. Tradotto in pratica, chi ha più risorse prende il piatto più grande. E per gli altri ? Beh, pazienza! Per accettare un simile principio dovremo mettere mano al Trattato istitutivo, quello di Roma, dove all’art. 2 è previsto …uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita…

Nella destra che va la voto lo sviluppo armonioso diventa invece “Nazioni più ricche e Nazioni meno ricche” (status disomogeneo); l’espansione continua ed equilibrata è lasciata al liberalismo che come è noto determina diseguaglianze profonde (andamento ciclico/ espansione/recessione); la stabilità non si accresce ma è garantita dalle Nazioni più forti (dunque instabilità politica economica e sociale per le Nazioni deboli); da ultimo il miglioramento del tenore di vita è per qualcuno ma non per tutti, come da liberalismo applicato. 

Quanto alle Istituzioni europee, la destra una volta che si sia assicurata la maggioranza nel Parlamento, preparando leggi in senso fortemente liberale e liberista (meno potere, per iniziare, alle autorità di garanzia) si giocherà la partita delle nomine nella Commissione, ovvero nel governo dell’Europa per settori chiave: economia, difesa/sicurezza, welfare, esteri. 

Non si sa quale possibile adesione di massa possa avere questa chiamata al voto per le destre europee, se saranno numeri alti o sotto le attese; in ogni caso, per gli elettori in quanto tali, specie se non sono di destra, sarà bene comprendere quello che si lascia e quello che rimane in termini di diritti e di prospettive di sviluppo.

Dibattito | Aspettiamo il fallimento della Meloni o riapriamo il gioco delle riforme?

La Meloni con la sua ambizione non conosce confini, per questo rischia di andare a sbattere subito dopo l’europee. Ma il rischio, in verità, è soprattutto per il Paese che lei oggi rappresenta. Fino a ieri, infatti, appariva legata strettamente alle sorti di Ursula von der Lyein, la presidente della Commissione europea, di suo bisognosa di aiuto, specie ora che è contestata all’interno del suo stesso partito (la tedesca Cdu).

Ebbene, rappresentando i conservatori europei, la Premier si era riservata un compito di supplenza, tollerando che Salvini approdasse all’estrema destra europea e però tenendolo al guinzaglio con la speranza che poi, dopo le elezioni, possano essere i suoi a farlo fuori. Non gli è bastata quest’ambiguità, per la quale l’Europa che conta già storce il naso, perché non desse a vedere di rincorrere da par suo l’estrema destra, contando sulla spaccatura del Partito Popolare Europeo e lanciando, al tempo stesso, un messaggio rassicurante a tutto il mondo conservatore. 

Non ha considerato che l’Europa ha un fattore unificante  che deriva dal pericolo di Putin, il quale punta a disarticolarla con le buone o le cattive, sicché tutte le forze sinceramente democratiche sono costrette a convergere ben oltre popolari, socialisti e liberali. Chiaramente la Meloni vuole fare il pieno di voti a tutti i costi, ma è già “osservata speciale” proprio per la formula del premierato elettivo, madre di tutte le sue battaglie. Sembra non accorgersi che proprio questa soluzione, percepita come il grimaldello di tutte le “democrature” alla Orbán, la qualifica negativamente per un che d’avventurismo politico e ideologico, in sé propriziatorio dell’uomo solo al comando. 

Qualcuno dirà, trincerandosi abusivamente dietro il prestigio di Mattarella, che è giunto o sta per giungere il momento del capitombolo, per cui appare inevitabile il ridimensionamento delle sue ambizioni, italiane ed europee. Certo, non è uno scenario da escludere; però resta sempre in piedi l’altra ipotesi, quella dell’auspicabile convergenza – non politica, ma istituzionale – su una riforma costruita bene, scegliendo tra i sistemi già sperimentati in Europa.  Ne esistono due in grado di soddisfare i criteri di stabilità ed efficenza dell’Esecutivo, e sono nell’ordine: il cancellierato alla tedesca, con la sfiducia costruttiva contro le imboscate parlamentari, o il modello francese delle due distinte autorità, tutt’e due con legittimazione popolare, che obbliga all’occorrenza il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, ove i numeri non stabiliscano l’esistenza di una maggioranza chiara, alla cosiddetta “coabitazione” per evitare il rischio di paralisi dell’attività di governo.

Dopo il 9 giugno servirà pertanto una dose massiccia di buon senso, se non vogliamo che la lotta politica si consumi nella perversa dialettica delle pregiudiziali, minando in realtà la fiducia dei cittadini nella capacità dell’intera classe dirigente di guardare all’interesse generale del Paese.

“Marcello mio”, una figlia si confronta con il mito del padre.

(Italpress) Aria d’Italia sulla Croisette: nella giornata in cui il Concorso propone “Parthenope” di Paolo Sorrentino, a Cannes 77 si aggira anche il fantasma di un altro grande del cinema italiano, Marcello Mastroianni. In competizione viene infatti presentato “Marcello Mio”, il nuovo film di Christophe Honoré che è un omaggio al grande attore italiano, ma in realtà è un ancor più grande dono a sua figlia Chiara Mastroianni, alla quale offre l’occasione di fare i conti con un’eredità immensa, nel bene e nel male. Lo fa regalandole un’opera libera come un sogno, fantasmatica nella sua struttura narrativa e nella sua composizione espressiva, che si traduce in un faccia a faccia con un mito cinematografico, ma anche in un diario intimo di riappropriazione pubblica della propria immagine da parte di un’attrice coraggiosa e sincera.

L’idea del film è quella di chiamare a raccolta il cinema di famiglia di Chiara, ognuno impegnato a interpretare se stesso, in un gioco dei ruoli e delle parti che sta tra la realtà e l’immaginazione. Tutto nasce da una frase detta su un set: Chiara sta provando una scena con Fabrice Luchini e la regista, Nicole Garcia, le chiede di farla “un po’ meno Deneuve e un po’ più Mastroianni”… I due poli della storia familiare di Chiara messi a confronto, come spesso deve esserle accaduto nella realtà, facile gioco per chi ha un padre di nome Marcello Mastroianni e una madre di nome Catherine Deneuve… E allora Chiara prende di petto il dramma identitario e decide non di fare ma di essere Marcello: si presenta col suo nome, veste come lui, con i suoi occhiali, la sua giacca, il suo cappello e si spinge in un viaggio fisico e mentale che la porta a riconsiderare se stessa mentre dà corpo al fantasma del padre.

La madre Catherine è turbata, il marito Banjamin Biolay, cantante e attore, la asseconda con serenità, il suo primo amore Melvil Poupaud invece la prende molto male, Fabrice Luchini sta al gioco, accetta di riconoscerla come Marcello e la aiuta nella sua fuga in Italia, chiamata a fare un’apparizione in un programma tv dove c’è Stefania Sandrelli che deve riconoscerla come il vero Marcello tra altri sosia… La lotta estrema di Chiara per farsi accettare come Marcello diventa insomma un trip che sfida il rapporto di ognuno con il divo e rappresenta l’occasione per una figlia di fare pace con la propria identità riflessa nello specchio del padre.

E va detto che, anche al di là della simpatia e dell’intelligenza con cui Chiara rifa il padre, mimandone gesti, tic, situazioni e scene, “Marcello mio” è un film libero, lieve, fantasioso, che disegna una mappa identitaria forte e precisa e offre una bella riflessione sul potere di un attore di incarnare la realtà e di trasfigurare lo spirito delle cose. Coprodutione vfranco-italiana, il film di Christophe Honoré uscirà il 23 maggio sui nostri schermi distribuito da Lucky Red.

Iran, cosa prevede Farian Sabahi dopo la morte di Raisi.

M. Chiara Biagioni

(AgenSir) E ora si guarda al prossimo futuro. Da una parte, l’Iran che ha perso in un incidente di elicottero, il Presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi e sta cercando ora di capire come dare continuità ai vertici del governo e dall’altra, il resto del mondo alle prese nella Regione con una delle crisi più gravi degli ultimi anni. E la tensione è altissima. L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha fatto sapere che i funerali del presidente Raisi si terranno domani, martedì 21 maggio, a Tabriz mentre il leader supremo dell’Iran Khamenei ha nominato il primo vicepresidente Mohammad Mokhber presidente ad interim. Khamenei ha anche annunciato cinque giorni di lutto. Ebrahim Raisi, 63 anni, aveva vinto le elezioni presidenziali in Iran nel 2021, con un voto che ha registrato l’affluenza più bassa nella storia della Repubblica islamica. Ultraconservatore e intransigente, era considerato un protetto della Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e alcuni analisti avevano addirittura ipotizzato che potesse essere candidato alla sua successione. Per capire quali scenari si aprono ora con la sua morte sia all’interno del Paese che nel più ampio scacchiere della Regione, il Sir ha raggiunto Farian Sabahi, giornalista e scrittrice di origine iraniana, nonché ricercatrice senior in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria.

Quali scenari si possono aprire ora all’interno del Paese?

La scomparsa di Raisi mette in difficoltà le autorità di Teheran perché, oltre a ricoprire la posizione di Presidente della Repubblica islamica, era anche il delfino dell’ayatollah Ali Khamenei, e quindi tra i favoriti alla sua successione.

Ora, di fatto, il favorito per la successione del leader supremo è il figlio di Khamenei, Mojtaba. Ma sia la leadership iraniana sia la popolazione non vedono di buon occhio una repubblica islamica ‘ereditaria’, che avrebbe una legittimità minore rispetto a un sistema politico con ai vertici uomini dotti in ambito teologico. Ormai i moderati sono stati messi al margine, tant’è che all’ex presidente moderato Hassan Rohani non è stato permesso di candidarsi alle elezioni di inizio marzo per l’assemblea degli esperti, ovvero per quell’organo che eleggerà il prossimo leader supremo.

 

Quindi, quali prospettive si intravedono?

La partita si gioca esclusivamente tra i ranghi dei conservatori e degli ultraconservatori. In ogni caso, per ora a decidere è sempre e soltanto il leader supremo Ali Khamenei: è lui che ha l’ultima parola su tutto, compresi la politica estera e il nucleare. Potrebbe aprirsi uno spiraglio per riprendere le proteste, ma la repressione di regime ha spaventato molte famiglie in Iran. L’arma migliore pare essere l’astensione dalle urne, come già fatto in passato. E non è detto che il leader supremo decida di portare il Paese al voto, tra 50 giorni come previsto dall’articolo 131 della Costituzione. Potrebbe infatti decidere, in nome dell’interesse nazionale, di fare altrimenti. E, per esempio, di tenere la carica di presidente e il ministro degli Esteri ad interim.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/05/20/morte-raisi-sabahi-sara-il-leader-supremo-khamenei-a-decidere-e-lui-che-ha-lultima-parola-su-tutto/

Statuto dei lavoratori, una data ancora storica.

Ci sono delle date che lasciano il segno nella storia democratica del nostro paese. Una di queste date è certamente quella del 20 maggio del 1970 quando venne approvato lo Statuto dei Lavoratori. Una pagina, forse la pagina, destinata a cambiare definitivamente il ruolo e la condizione dei lavoratori nel panorama sociale, economico e produttivo del nostro paese. Con un protagonista indiscusso e quasi unico: il Ministro del Lavoro dell’epoca – o meglio, come si definiva lui stesso nel momento in cui ha assunto quel delicato incarico istituzionale, il “Ministro dei lavoratori”- Carlo Donat-Cattin. C’è una frase che rimane scolpita nell’immaginario collettivo nel momento dell’approvazione di quell’atto legislativo e pronunciata dallo stesso Ministro nel dibattito alla Camera: “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”. Uno Statuto, quello dei lavoratori, che passò con l’approvazione delle forze che componevano il governo di centro-sinistra con la strana e singolare astensione del Pci. Uno Statuto che resta, tuttora, una pietra miliare per l’impianto democratico del nostro paese e che, non a caso, non è più stato messo in discussione nei suoi principi costitutivi. Certo, è cambiato radicalmente il mondo del lavoro e, con esso, anche i luoghi concreti della produzione. Ma sul fronte dei diritti, e anche dei doveri dei lavoratori, quella pagina è entrata semplicemente nella storia sindacale e politica italiana.

Ora, c’è un aspetto che qualifica e che fa da sfondo a quella data e che si riassume anche nella concezione politica e culturale riconducibile al leader della ‘sinistra sociale’ democristiana e che in quel momento era alla guida del dicastero del Lavoro. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre “la questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione, quella di Donat-Cattin, era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. E quando pervenne alla guida del Ministero del Lavoro non tardò, infatti, a rendersi conto che – sono parole sue – “nell’organizzazione attuale del Governo non esiste un vero e proprio centro di politica sociale. Si è costituito nel tempo un Ministero del Lavoro perché con i sindacati bisognava trattare; vi si è aggiunta la competenza della previdenza sociale perché le lotte dei lavoratori avevano ottenuto alcune norme per la sicurezza della vita e così via. Ma è tutto strumentale da parte delle classi dirigenti verso il lavoro subordinato”.

Era, infatti, ferma intenzione di Donat-Cattin che il dato politico nuovo “doveva consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politica/amministrativa”. Insomma, per Donat-Cattin l’istanza sociale doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. Il suo radicamento nel sociale si saldava così con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. E cioè, una saldatura che riscontriamo non solo nella battaglia per lo “Statuto dei lavoratori”, ma anche nella strenua difesa della legge elettorale proporzionale che, per Donat-Cattin come già per Luigi Sturzo, rappresentava l’unico strumento di emancipazione politica per i ceti popolari, cioè per consentire ad essi di avere, ad ogni livello elettivo e senza mediazioni gerarchiche, i loro “diretti rappresentanti”.

Ma, per fermarsi allo Statuto dei lavoratori, non possiamo – ancora una volta – non sottolineare che si tratta di un passaggio decisivo e qualificante per dare piena attuazione ai principi e ai valori costituzionali. Una pietra miliare, appunto, che costringe i democratici e i riformisti contemporanei a confrontarsi con un documento – e un atto legislativo – che non può essere rivisto o combattuto a suon di referendum o di picconate demagogiche e propagandistiche. E questo per la semplice ragione che lo Statuto dei lavoratori resta un faro che continua ad illuminare la democrazia e la libertà nel nostro paese. Partendo, appunto, dal ruolo professionale e dalle condizioni di vita dei lavoratori.