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Bloody Victoria, la Vittoria alata si sporca di sangue

Roma, 17 set. (askanews) – Una Vittoria alata segnata dal sangue. L’immagine mitologica del puro trionfo cede il passo ad una figura chiamata a confrontarsi con il presente e con il prezzo umano di ogni guerra. È Bloody Victoria, l’opera con cui Luisa Menazzi Moretti rilegge la dea Nike, presentata all’interno della mostra “La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e un’eterna bellezza”, allestita al Museo di Santa Giulia in occasione del bicentenario della scoperta della celebre statua della Vittoria alata.

Nella sua iconografia originaria, la Vittoria alata regge uno scudo e, con uno stilo, è pronta a incidere il nome del vincitore; sotto il piede, un elmo rovesciato a racchiudere la narrazione di una schiacciante vittoria militare. Un sistema di segni nel quale la guerra è il centro della storia e il potere la sua propulsione.

Nell’immagine contemporanea di Menazzi Moretti quel gesto è divenuto impossibile. La fotografia porta la statua frontalmente, all’altezza dello spettatore, sottraendola alla distanza del piedistallo: la dea non domina più dall’alto, ma entra nello spazio dell’uomo e nel tempo presente. Anche i suoi attributi sono scomparsi – non c’è più lo scudo, non c’è più lo stilo, non c’è più l’elmo, non c’è un nome da incidere. Resta il gesto della mano, sospeso nel vuoto. Tutto è coperto di sangue. “La scelta di intervenire frontalmente sull’immagine della Vittoria alata – racconta Luisa Menazzi Moretti – nasce dalla necessità di portare il mito nel presente, per offrirne un nuovo, tangibile, significato. Ucraina, Gaza, Iran, Yemen, Congo, Sudan, Myanmar – oltre 56 conflitti armati attivi registrati dal Global Peace Index che coinvolgono almeno 92 Paesi – ci impongono di ricordare che ogni giorno la guerra continua a produrre sofferenza e morte. È impossibile pensare il trionfo senza interrogarsi sulla violenza che lo precede e sul costo umano che lascia dietro di sé. Nike in quest’opera non è emblema di forza, eccellenza, gloria; la Dea alata, in questa tensione tra bellezza e ferita, diventa testimone millenaria del prezzo umano di ogni vittoria”. Gli schizzi di sangue attraversano la figura, invadono lo spazio bianco e colano lungo la cornice dorata. Non c’è più il nome inciso di un vincitore, il sangue diventa una nuova forma di scrittura, che non racconta l’eroismo della conquista ma ciò che la retorica del trionfo cancella: la crudeltà del prezzo pagato, le sue vittime. La distinzione stessa tra vincitore e vinto si dissolve davanti alla violenza. Bloody Victoria non è una fotografia di guerra, ma è un’opera che rivela la guerra: è la realtà della guerra portata dentro il mito della vittoria. È questa un’attitudine, una vocazione, che attraversa l’intero percorso artistico di Luisa Menazzi Moretti: la fotografia non si limita a registrare la realtà, ma la coglie nelle sue contraddizioni, ne porta in superficie le parti sommerse, che diventano il vero fuoco dello sguardo, mettendo così in crisi stereotipi e narrazioni consolidate.

“Volevo celebrare la Vittoria alata con una nuova lettura che la riscoprisse, darle una voce contemporanea. La sua bellezza rimane, ma quella bellezza può diventare una domanda. Che cosa significa oggi parlare di vittoria? E quale pace può esserci quando il prezzo del trionfo sono morte e sopraffazione?”, si chiede Luisa Menazzi Moretti.

Bloody Victoria emerge così come una delle letture più radicalmente contemporanee all’interno della mostra bresciana. Il mito non viene cancellato, ma decostruito per tornare a parlare al presente: la fotografia diventa insieme gesto artistico e azione civile, una riflessione plastica che interroga la rappresentazione della vittoria e del potere; interroga la memoria, seguendo la traccia lasciata dalle armi; interroga lo sguardo e la coscienza, rivelando la crudezza del prezzo pagato dall’umanità. Dove la storia ha scritto il nome dei vincitori, Luisa Menazzi Moretti lascia uno spazio vuoto, sporcato dal sangue, e affida allo sguardo dello spettatore la responsabilità di riempirlo.