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martedì, 27 Gennaio, 2026
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Buchenwald: Mafalda e Maria, due destini che si incrociano nella storia

Nel lager nazista di Buchenwald, l’incontro tra una principessa e una Testimone di Geova rivela una forma silenziosa di resistenza femminile, fondata sulla cura, sulla dignità e sulla memoria.

Due donne nella macchina concentrazionaria

Quando si parla di Buchenwald, la memoria corre alle baracche, al fumo, ai corpi ridotti a ombre. Eppure, in quel luogo progettato per annientare ogni traccia di umanità, emergono vicende che conservano un profondo valore storico e civile. Una di queste riguarda l’incontro tra Mafalda di Savoia e Maria Ruhnau: due donne lontanissime per origine e condizione, accomunate dalla stessa macchina di persecuzione.

Quando Mafalda varca i cancelli del lager, non è più una principessa. È registrata come Frau von Weber, un nome fittizio scelto per cancellarne l’identità. Non gode di privilegi né di protezioni: è un ostaggio politico, un simbolo da punire per colpire un intero casato. La sua presenza nel campo rappresenta un paradosso che le autorità naziste faticano a gestire: troppo rilevante per essere trattata come una prigioniera qualunque, troppo scomoda per essere risparmiata.

Il triangolo viola e la scelta della coscienza

Maria Ruhnau è già internata da tempo. Porta cucito sulla divisa il triangolo viola dei Testimoni di Geova, uno dei segni meno noti dell’universo concentrazionario. È stata arrestata per aver rifiutato di abiurare la propria fede, di salutare Hitler, di collaborare con l’apparato bellico. Le sarebbe bastata una firma per ottenere la libertà. Non l’ha mai apposta.

È una giovane donna tedesca, disciplinata e riservata. Proprio per queste qualità viene assegnata come aiutante alla principessa. Senza volerlo, diventa anche testimone di una vicenda che la storiografia ha ricostruito solo in parte.

Due destini che si intrecciano

Maria cuce gli abiti per Mafalda, le cede le proprie scarpe, la assiste nei momenti più difficili. Non si tratta di eroismo, ma di un gesto di cura in un luogo dove la cura è proibita. Nessuna delle due può modificare il proprio destino, ma entrambe possono incidere sul modo di attraversarlo.

Il 24 agosto 1944 un bombardamento colpisce il campo. Mafalda rimane gravemente ferita. Maria la assiste con mezzi minimi e una tenacia che appartiene alla sfera dell’umano più che a quella del religioso. Poco prima di morire, Mafalda le chiede di accettare in dono il suo orologio: un oggetto quasi insignificante, privo di utilità in un luogo dove il tempo era stato annientato, ma capace di custodire un significato che nessuna brutalità avrebbe potuto cancellare.

L’episodio è documentato nel volume di Renato Barneschi, Frau von Weber. Vita e morte di Mafalda di Savoia a Buchenwald (Rusconi, 1982).

Una memoria che interroga il presente

La storia di Maria Ruhnau è una delle tante dei Testimoni di Geova perseguitati dal nazismo: una persecuzione spesso marginalizzata nella memoria pubblica, ma che rappresenta una forma di resistenza non violenta e coerente, fondata sul rifiuto di collaborare con il potere totalitario. Maria non ha monumenti né anniversari dedicati: restano un gesto, un paio di scarpe donate, un orologio ricevuto.

La vicenda di Mafalda e Maria non è un episodio minore della Shoah. È una lente attraverso cui osservare il presente. Ricorda che la violenza contro le donne non appartiene solo al passato, che la solidarietà femminile ha rappresentato — e rappresenta — una forma di resistenza, e che la memoria non è mai neutrale: ciò che scegliamo di ricordare contribuisce a definire la nostra identità collettiva.

Raccontare questa storia significa restituire complessità alla memoria della Shoah e riconoscere che, anche nei luoghi più disumani, la dignità può sopravvivere attraverso gesti minimi. Non per celebrare una principessa né per costruire una martire, ma per ricordare che la storia è fatta anche di atti silenziosi che meritano di essere tramandati.