HomeAskanewsCgia: per le imprese italiane tasse doppie rispetto alle big tech

Cgia: per le imprese italiane tasse doppie rispetto alle big tech

Roma, 4 lug. (askanews) – “È inaccettabile. E’ un comportamento che dovrebbe indignare, soprattutto coloro, quando parlano di tasse, reclamano equità, rigore e giustizia fiscale. E’ un fenomeno che continua a consumarsi ogni anno, silenziosamente”. E’ la denuncia sollevata dalla Cgia, che in una analisi riferisce come i colossi del web continuino a macinare profitti miliardari, “scaricando” sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilità. Molti di questi giganti continuano a spostare i propri profitti verso i Paesi a fiscalità di vantaggio, lasciando a bocca asciutta tanti paesi, come l’Italia, con una disinvoltura inaudita.

“E i numeri, quelli che nessuno dovrebbe ignorare, sono spietati – dice l’associazione con un comunicato -. Mentre le imprese italiane — quelle che ogni mattina alzano le serrande, che assumono, che investono e che resistono – registrano un tax rate del 31,9 per cento, le prime 25 multinazionali del web presenti nel mondo, secondo i dati dell’Area Studi di Mediobanca[3], presentano un’aliquota fiscale media pari al 14,8 per cento: praticamente meno della metà. Certo, qualcuno si affretterà a segnalare i limiti metodologici di questa comparazione e la mancanza di rigore scientifico. Giusto. Ma nessun aspetto tecnico può oscurare la sostanza di quello che emerge: anni di elusione sistematica hanno scavato un fossato enorme tra chi le tasse le paga e chi le aggira grazie a un sistema internazionale che non ha ancora trovato né la volontà né il coraggio di fermare queste operazioni discutibilissime”.

Nel 2024, ultimo dato disponibile, le prime 25 websoft presenti nel mondo hanno realizzato un utile ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando, complessivamente, 74,3 miliardi di euro di tasse. Pertanto, il tax rate è stato del 14,8 per cento. Le imprese italiane, invece, nel 2023 hanno realizzato un utile di 322 miliardi che ha determinato un versamento al nostro erario di 102,6 miliardi di euro di imposte, facendo così salire il tax rate al 32 per cento. Un’ aliquota fiscale più che doppia di quella toccata dai giganti mondiali del web, afferma la Cgia.

E non sono solo i colossi stranieri del web a godere della fiscalità di vantaggio offerta ancora oggi da diversi Paesi europei. Negli ultimi anni, osserva la Cgia, anche molti grandi gruppi italiani hanno spostato all’estero la sede legale o fiscale, talvolta limitandosi a una controllata. Meta preferita: i Paesi Bassi. Il motivo è duplice. Da un lato la legislazione societaria olandese è molto favorevole, perché consente agli azionisti storici di avere doppio voto in assemblea, un meccanismo che blinda l’azienda da eventuali scalate straniere. Dall’altro, ad Amsterdam il fisco riserva condizioni piuttosto generose alle grandi aziende disposte a trasferire lì la propria sede fiscale. Operazioni del tutto legittime, sul piano fiscale e societario. Ma con un effetto collaterale tutt’altro che neutro: si riduce la base imponibile in Italia, e a farne le spese sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno certo la possibilità di fare le valigie e trasferirsi altrove.