Roma, 24 ott. (askanews) – “Salut! Bismillah, c’est les ténèbres”. Questa frase (Ciao! In nome di Allah, sono arrivate le tenebre) è diventato uno degli slogan della protesta dei ragazzi francesi e allo stesso tempo è un’eccezionale prova di come gli adulti non riescano a capire i giovani che – pacificamente o meno – scendono in piazza in queste settimane. E’ infatti il modo in cui i manifestanti sbeffeggiano le autorità: questa frase sarebbe stata usata da un poliziotto transalpino che tentava di infiltrarsi in una delle chat in cui venivano coordinate le manifestazioni. L’agente ha cercato di imitare lo slang dei ragazzi, con un misto di arabo e francese, ma senza successo: è stato scoperto, non inserito nei gruppi e, anzi, irriso per il maldestro tentativo.
Chi sono dunque questi ragazzi? Askanews ne ha parlato con la sociologa Donatella Della Porta, direttrice del Centro studi sui movimenti sociali della Scuola Normale Superiore. “Quello che è successo in Italia rispetto a quanto accaduto in Francia direi che è ancora molto limitato. Quelli di Milano sembrano episodi che potrebbero ricordare gli scontri dopo le partite di calcio. In Francia c’è una diffusione molto ampia di forme di violenza, spesso anche in risposta a interventi molto brutali da parte della polizia: bisogna ricordare che è il Paese in cui più di frequente si verifica la perdita dell’uso della vista da parte dei manifestanti per le granate in dotazione alle forze dell’ordine. In Italia quello che è successo a Milano ha un aspetto quasi più simbolico. Del resto in Italia c’è una minore tradizione di questo tipo di manifestazione: in Francia i casseurs sono da sempre un problema per la polizia, e in tempi più recenti i gilet gialli”.
In Italia, negli studi come nella cronaca, non c’è una parola realmente corrispondente a “riots” (celebri quelli di Watts a Los Angeles del 1965 o quelli di Londra del 2011), termine che indica nelle scienze sociali una manifestazione particolare di proteste. “Il termine riots – ricorda Della Porta – è utilizzato in genere per forme di violenza che coinvolgono un numero più alto di persone rispetto a quelle di Milano con danni più rilevanti e la partecipazione di gruppi diversi generazionalmente. Il tratto comune è che nascono da una insoddisfazione profonda. Gli studi sui riots dimostrano che dietro ci sono grandi povertà, grandi sofferenze sociali e la mancanza di un riconoscimento: si tratta di soggetti isolati e allontanati dalla società”. In questo però ci sono delle similitudini con le proteste di questi giorni. “C’è un problema di mancato riconoscimento. Lo stesso termine ‘maranza’ fa parte di una lunga serie di nomi stigmatizzanti: riders, teppisti, ultras”. I governi, sia in Francia che in Italia, hanno dato una risposta sostanzialmente securitaria e questo significa “negare un riconoscimento: se un ragazzo delle periferie arriva nel centro di Milano e vede tanti beni di lusso, con una disuguaglianza sempre più evidente e visibile, è facile che esploda la rabbia. Ecco questa radicalizzazione nasce anche da forme di riconoscimento richieste e non offerte”.
Ma vista questa risposta securitaria, qual è il quadro che si potrebbe sviluppare? Un’ulteriore radicalizzazione? “Non è facile dirlo. Nei cicli di proteste intervengono tanti attori in un contesto molto relazionale. Spesso in questi momenti c’è una tendenza alla radicalizzazione nell’immediato ma poi anche l’avvio di un negoziato, di canali di ascolto nel medio periodo. Lo abbiamo visto in passato come conseguenza dei riots: inizialmente c’è stata una repressione violenta ma poi sono anche arrivati investimenti nei quartieri periferici e nella scuola, quello che faceva parte di un vecchio patto sociale. Un patto che da molto tempo è stato rotto ma ora questo fatto è sempre più visibile, con diseguaglianze sempre maggiori. Ma forse oggi si sta sviluppando una percezione nuova: anche alcuni attori che si erano convinti delle sorti progressive del mercato si sono accorti che bisogna fare qualcosa, penso per esempio ai sindacati che oggi vivono un nuovo protagonismo”.
Per spiegare le manifestazioni e le violenze si è parlato anche di guerra ibrida, in Francia come in Italia. Qui è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto ad avanzare l’ipotesi, con grande convinzione, ma è stato smentito dai colleghi Matteo Piantedosi e Matteo Salvini, e anche i servizi di sicurezza hanno negato l’esistenza di prove a conferma di questa teoria. Che, peraltro, è stata fatta propria anche dall’Unione europea, che ha avviato accertamenti alla ricerca di “interferenze online” e “campagne di disinformazione”. Ma dunque di cosa si è trattato, di guerra ibrida o di eventi spontanei? “Non penso – dice Della Porta – che per spiegare quel che è successo si debba guardare alla Russia o agli Usa, anche se si sa che questi e altri Paesi, penso a Israele, intervengono per deviare alcuni discorsi e diffondere fake news. Ma nessuno può controllare questo tipo di proteste. Piuttosto, questo sì, si possono sfruttare come fa il governo per intervenire sull’ordine pubblico o individuare un nemico nei migranti ma non mi pare ci siano evidenze di interferenza a distanza. Ho però l’impressione, ma su questo non ho dati, che con il conflitto all’interno della destra tra Fdi e vannacciani l’utilizzazione distorta dei media sia aumentata”.

