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Come sta cambiando la presenza economica della Cina in Africa

Roma, 16 ago. (askanews) – Non più soltanto miniere africane da cui estrarre materie prime da spedire verso la Cina, ma impianti per trasformarle sul posto, porti collegati alle reti ferroviarie e stradali, sistemi logistici, software, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali. Il rapporto economico tra Cina e Africa sta cambiando rapidamente e Pechino sembra adattarsi alla volontà di un numero crescente di governi africani di trattenere nel continente una parte maggiore del valore generato dalle proprie risorse naturali.

Per decenni il modello dominante è stato relativamente semplice: estrazione del minerale, trasporto verso un porto ed esportazione del prodotto grezzo. Oggi Paesi come Zimbabwe, Namibia, Mozambico, Ghana e Guinea stanno cercando di smantellare questo schema, imponendo restrizioni all’esportazione delle materie prime non lavorate e obbligando le compagnie minerarie straniere, comprese quelle cinesi, a investire nella trasformazione locale.

Il risultato è che le società di Pechino non si limitano più a estrarre litio, bauxite o grafite. Costruiscono stabilimenti per trasformare il litio dello Zimbabwe in solfato o carbonato, la bauxite della Guinea in allumina e la grafite del Mozambico in materiali destinati alle batterie.

‘La Cina considera sempre più l’Africa uno dei pochi grandi spazi rimasti in cui espansione industriale, urbanizzazione, sviluppo delle infrastrutture e crescita dei consumi possono ancora procedere contemporaneamente per decenni’, ha spiegato al South China Morning Post Carlos Lopes, professore alla Nelson Mandela School of Public Governance dell’Università di Città del Capo. In altre parole, l’Africa sta diventando agli occhi di Pechino qualcosa di più di un semplice fornitore periferico di materie prime: un possibile polo industriale e commerciale collocato tra blocchi economici sempre più frammentati.

La trasformazione è particolarmente evidente nello Zimbabwe. Prospect Lithium Zimbabwe, controllata dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt, ha iniziato ad aprile a esportare le prime partite di solfato di litio dal nuovo impianto da 400 milioni di dollari costruito a Goromonzi, vicino ad Harare. L’impianto ha una capacità annuale di 50.000 tonnellate e dovrebbe raggiungere la piena produzione il prossimo anno. Anche Sinomine Resource Group, nella miniera di Bikita, e Chengxin Lithium Group, a Sabi Star, hanno realizzato strutture per la lavorazione locale.

Harare punta però ancora più in alto. Il ministro delle Miniere Polite Kambamura ha indicato come obiettivo finale la produzione in Zimbabwe di batterie al litio e pannelli solari, mentre il governo prepara un divieto totale all’esportazione di alcuni prodotti non trasformati.

Una strategia simile è in corso in Guinea, tra i maggiori produttori mondiali di bauxite. Il governo ha cominciato a far rispettare con maggiore rigidità gli obblighi di raffinazione previsti dagli accordi minerari e sono in costruzione nuovi impianti per la produzione di allumina, compresi progetti della cinese Chalco e della State Power Investment Corporation.

‘Importiamo alluminio mentre produciamo la materia prima. Non è normale’, ha osservato il ministro delle Miniere guineano Bouna Sylla. Con la raffinazione locale Conakry punta non soltanto a trattenere una quota maggiore del valore industriale, ma anche a recuperare sottoprodotti come il gallio che vengono perduti quando la bauxite viene esportata allo stato grezzo. Il nodo decisivo resta però quello dell’energia: produrre alluminio richiede grandi quantità di elettricità a basso costo.

In Mozambico, Jinan Yuxiao Group ha investito 200 milioni di dollari attraverso la controllata DH Mining Development per costruire a Nipepe un impianto per la lavorazione della grafite con una capacità annuale di 200mila tonnellate. Anche la Namibia, grande produttore di uranio, sta cercando investimenti cinesi che consentano di ampliare la lavorazione e la valorizzazione locale del minerale, partendo da infrastrutture come la miniera di Husab gestita da China General Nuclear Power Group.

Per le società cinesi la scelta non è necessariamente penalizzante. Aly-Khan Satchu, analista geoeconomico dell’Africa subsahariana, la considera quasi inevitabile in una fase di crescente confronto economico tra Cina e Stati uniti: localizzare le attività industriali in Africa consente alle imprese cinesi di consolidare una presenza costruita in decenni e di inserirsi nella spinta dei governi africani verso la trasformazione locale.

Esiste anche una seconda logica. Stabilimenti collocati in Paesi africani possono teoricamente fungere da hub neutrali rispetto alle barriere commerciali occidentali. Ma, ha osservato Linda Calabrese, senior research fellow dell’ODI di Londra, questo spazio si sta restringendo man mano che Stati uniti ed Europa irrigidiscono le regole sull’origine dei prodotti e aumentano i controlli sugli impianti con una forte partecipazione cinese.

Per Pechino la scommessa più importante potrebbe quindi diventare quella sul mercato africano stesso. Con l’espansione dell’Area continentale africana di libero scambio, stabilire in Africa basi produttive destinate ai consumatori africani e agli altri mercati emergenti rappresenterebbe una strategia meno vulnerabile alle decisioni commerciali occidentali.

La nuova geografia industriale si sovrappone inoltre a una rete logistica che la Cina ha costruito nel continente negli ultimi quindici anni. Secondo uno studio dell’Africa Center for Strategic Studies, società cinesi gestiscono, finanziano o possiedono partecipazioni in circa un terzo dei porti africani. Pechino finanzia inoltre ferrovie, strade e infrastrutture logistiche collegate agli scali, creando corridoi che mettono in comunicazione i poli produttivi africani con grandi hub cinesi come Qingdao e Yantai.

Dall’avvio della Belt and Road Initiative nel 2013, secondo il centro di ricerca, la Cina avrebbe investito circa 50 miliardi di dollari nelle infrastrutture portuali africane. Il commercio tra Cina e Africa è intanto cresciuto di quasi il 18% nel 2025, secondo i dati doganali cinesi.

‘La sicurezza delle rotte commerciali marittime africane è essenziale per la strategia geopolitica globale della Cina’, ha spiegato Paul Nantulya, esperto di rapporti Cina-Africa dell’Africa Center for Strategic Studies. Il continente resta infatti fondamentale per l’accesso cinese a petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli e si trova lungo alcune delle principali rotte mondiali, dal Golfo di Aden al Golfo di Guinea fino al Capo di Buona Speranza.

Ma il controllo della catena logistica cinese non si ferma più alle infrastrutture fisiche. Huawei e altre società offrono sistemi integrati per i porti che comprendono reti 5G, cancelli automatizzati, sensori, sistemi di guida autonoma, cybersicurezza, software logistici e applicazioni di Ia. Più di 30 Paesi africani utilizzano inoltre il sistema satellitare cinese BeiDou per la navigazione marittima, in alcuni casi accanto o in alternativa al Gps statunitense.

Queste tecnologie possono produrre una dipendenza più duratura rispetto alla semplice costruzione di un porto. I sistemi raccolgono inoltre grandi quantità di dati sul commercio e sulla logistica e favoriscono l’adozione di standard tecnici cinesi, aumentando le probabilità che anche gli appalti successivi vadano a imprese di Pechino.

Il caso più emblematico resta Gibuti. China Merchants Group possiede il 23,5% del porto multifunzionale di Doraleh, sullo strategico Bab el-Mandeb, vicino alla zona di libero scambio internazionale e alla base di supporto dell’Esercito popolare di liberazione. La Cina ha inoltre finanziato la ferrovia tra Gibuti e Addis Abeba, mentre la Marina cinese mantiene dal 2008 una task force antipirateria nel Golfo di Aden.

Per David Shinn, professore alla George Washington University ed esperto di relazioni Cina-Africa, molti di questi investimenti hanno una logica essenzialmente commerciale, ma contemporaneamente ‘offrono vantaggi strategici per la navigazione commerciale cinese e l’accesso della Marina dell’Esercito popolare di liberazione’.

La sfida per i governi africani è trasformare questa crescente presenza in uno strumento di industrializzazione anziché in una nuova forma di dipendenza. Lopes avverte che i divieti all’esportazione delle materie prime non lavorate possono migliorare la qualità degli investimenti costringendo le aziende straniere a impegni di lungo periodo, ma soltanto se i governi dispongono di istituzioni solide e di una strategia negoziale coerente. In caso contrario, le restrizioni rischiano di incentivare contrabbando, instabilità normativa e rendite per le élite.

Lo stesso vale per porti e infrastrutture digitali: i pacchetti cinesi risultano spesso difficili da eguagliare per i concorrenti occidentali perché combinano finanziamenti, costruzione, tecnologia e formazione, ma possono comportare indebitamento, scarsa trasparenza e una crescente influenza delle aziende che li gestiscono.

La partita tra Cina e Africa si sta quindi spostando dalla semplice estrazione delle risorse al controllo e alla distribuzione del valore che esse generano. Per Pechino significa costruire una rete che unisce miniere, industrie, ferrovie, porti, dati e mercati. Per i Paesi africani, la possibilità è quella di utilizzare gli investimenti cinesi per compiere finalmente il passaggio da esportatori di materie prime a produttori industriali. Ma proprio la profondità della presenza cinese rende decisivo chi riuscirà, nel lungo periodo, a dettare le condizioni di questa trasformazione.