La lezione di Scoppola
Pietro Scoppola, autorevole e qualificato storico cattolico, amava sostenere che un buon politico, e non solo un buon politico cattolico, deve sempre legare nella sua attività pubblica “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Una riflessione molto efficace che, soprattutto, non scade. Anche e soprattutto nel contesto politico contemporaneo.
La cultura del comportamento
Ora, non si tratta di ridurre questa riflessione ad un banale e qualunquista richiamo moralistico. Semmai, e al contrario, si tratta di affermare con forza che la politica e chi la esercita si regge su due presupposti fondamentali. “La cultura del comportamento”, innanzitutto. Ovvero, un modo d’essere in politica che, al di là della provenienza culturale, ideale o religiosa dei singoli, si caratterizza per la sua serietà, per la sua sobrietà e, nello specifico, per la sua trasparenza. Senza ridurre il tutto alla dimensione privata dove, come ovvio, non ci sono giudici che possono elargire sentenze inappellabili, il comportamento pubblico non può che essere sempre esemplare e corretto.
Ora, dopo l’irruzione del populismo e di una classe dirigente casuale, improvvisata e pressapochista, la stessa categoria della moralità pubblica ha subito una brusca battuta d’arresto. Ma è altrettanto indubbio che la politica può recuperare la sua credibilità, la sua autorevolezza e il suo prestigio solo se chi la esercita tanto a livello nazionale quanto a livello locale non si compromette con atteggiamenti e comportamenti discutibili se non addirittura squallidi.
Non si tratta di rimpiangere il passato ma, se vogliamo fare un confronto storico, non possiamo non prendere esempio da larga parte della classe dirigente della cosiddetta prima repubblica. A cominciare proprio dai due grandi partiti popolari e di massa dell’epoca, cioè la Dc e il Pci. Al riguardo, non si inventa nulla. È sufficiente, appunto, recuperare uno stile e un modo d’essere che per molti decenni hanno caratterizzato la vita pubblica del nostro paese.
La cultura del progetto
Ma la “cultura del comportamento” sarebbe monca se non è sempre accompagnata, come diceva appunto Pietro Scoppola, dalla “cultura del progetto”. E questo perchè quando un partito o, peggio ancora, una coalizione di partiti, non hanno un progetto di società, una visione di futuro, una ricetta di medio/lungo periodo, il tutto si riduce inesorabilmente al trasformismo politico, all’opportunismo parlamentare e anche, e soprattutto, ad una gestione all’insegna dell’ordinaria amministrazione e della mera sopravvivenza. Inoltre, senza una dimensione progettuale è la stessa politica ad essere perennemente in crisi e in balia delle onde.
Certo, la categoria del progetto esige e quasi impone da un lato una precisa e definita cultura politica di riferimento e, dall’altro, una concezione della stessa politica che non può essere prigioniera degli istinti più triviali e che insegue perennemente e supinamente tutto ciò che caratterizza la cosiddetta pubblica opinione. Il progetto, cioè, impone una politica che guida i processi e che orienta la società e che non si limita ad inseguire e cavalcare gli istinti. Questa, del resto, è la differenza di fondo che passa fra il popolarismo e il populismo.
Ecco perchè recuperare la “cultura del comportamento e la cultura del progetto” oggi è, oltrechè un compito politico, anche un dovere morale.
