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Confindustria: Pil 2026 sopra le attese a +1%, ma nel 2027 rallenta a +0,6%

Roma, 14 ott. (askanews) – Nel 2026 il Pil italiano cresce sopra le attese a +1%, sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita. A stimarlo è il Centro Studi di Confindustria, nel Rapporto di previsione d’autunno, rivedendo al rialzo le stime diffuse lo scorso marzo. Nel 2027 l’economia italiana dovrebbe, invece, rallentare a +0,6%, un ritmo in linea con quello già osservato nel 2025. Una crescita “fragile”, dunque, frenata dal rincaro dei prezzi dell’energia, dall’aumento dell’inflazione, dai rialzi dei tassi d’interesse e dalla fine del Pnrr nel 2026.

L’elevato costo dell’energia rimane “la più importante vulnerabilità dell’economia italiana”. Secondo il Csc, con un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai 94 di quest’anno, si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027. Lo stesso accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a 89 euro/Mwh, invece dei 58 dello scenario base.

Il prezzo dell’energia elettrica – rilevano gli economisti di Confindustria nel Rapporto di previsione d’autunno – è sistematicamente più alto rispetto ai competitor europei: +35% rispetto alla Germania nei primi nove mesi del 2026. A settembre è salito a un picco di 208 euro/mwh, da 114 a febbraio, prima della Guerra. Rispetto a sei anni fa, l’incidenza dei costi energetici (petrolio, gas, energia elettrica e altre fonti) sui costi totali è cresciuta del 34,5% (e del 40% per la sola manifattura). A settembre 2026 la quotazione del petrolio Brent è pari in media a 102 dollari al barile, da un minimo di 62 dollari a dicembre 2025 (+65%). Il prezzo del gas in Europa a settembre è salito al livello massimo da inizio anno, 77 euro/mwh in media, da 33 a febbraio (+133%). Il prezzo al consumo della benzina in Italia è salito del 26% a settembre 2026 rispetto al minimo registrato a gennaio. Adesso il prezzo del gas è ai massimi dal 2022 e il petrolio oltre i 100 dollari, “se continua o peggiora occorrerà intervenire”, conclude il Csc.

Energia ed Ets, prosegue l’analisi, rappresentano due “macigni sulla competitività delle imprese”. I recenti rincari – si legge nel Rapporto – riducono la competitività delle imprese italiane rispetto alle altre aree del mondo, in particolare agli Stati Uniti. Il prezzo del gas naturale in Europa ad agosto 2026 è stato pari a quasi 8 volte quello in America, dove la quotazione non è aumentata nel corso di quest’anno. Il meccanismo di riduzione delle emissioni di CO2 adottato dall’Unione Europea (Ets) al momento e in prospettiva aggrava tale vulnerabilità. E i benefici in termini di emissioni, nella manifattura, sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese.

Nella sola manifattura italiana sottoposta a Ets, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni, quindi questa riduzione non deriva da un reale processo di decarbonizzazione.

Dell’altra metà di riduzione delle emissioni (52%) non è possibile stabilire quanta parte sia attribuibile a un calo dei volumi produttivi, che c’è stato, e quanta a un reale processo di decarbonizzazione. L’azzeramento delle quote gratuite determinerà altre chiusure di imprese. L’acquisto dei diritti di emissione al prezzo di mercato per coprire le quote oggi gratuite determinerebbe un onere di spesa che supererebbe l’Ebitda per il 18% delle imprese manifatturiere in ETS, che impiegano circa 19mila dipendenti (16,5% del totale) e generano 744 milioni di valore aggiunto (5%)..

Secondo il Csc, poi, la scarsa dinamica della produttività è la causa principale della bassa crescita dell’Italia. Guardando alle dinamiche di lungo periodo, la bassa crescita dell’economia italiana negli ultimi 30 anni (+0,7% in media all’anno contro l’1,5% dell’Eurozona e il 2,5% degli Usa) è attribuibile alla bassa crescita della produttività che contribuisce algebricamente alla crescita del Pil.

Se, in astratto, avessimo la composizione dimensionale dell’economia tedesca, la produttività delle imprese italiane salirebbe del +17,6% e supererebbe il livello della Germania del 2,8%; rispetto alla Francia crescerebbe del +14,8%, colmando sostanzialmente il ritardo.

Sulla sola manifattura, la produttività italiana con la composizione dimensionale tedesca salirebbe del 24,7%, con quella francese del 21,9%, e anche in questo caso il controfattuale azzererebbe il divario con Germania e Francia. La dinamica della produttività in Italia è, quindi, in buona parte legata a effetti di composizione della base produttiva, basata molto più che altrove su micro e piccole imprese, con le prime che hanno una produttività decisamente più bassa delle corrispettive degli altri principali paesi europei (contrariamente alle altre classi dimensionali).

Maggiore produttività significa anche maggiori salari. Se le imprese di 10-19 dipendenti diventassero di 50-249 addetti la produttività dell’economia italiana salirebbe del 4,3%, nella manifattura del 6,1%. Per questo occorre supportare la crescita dimensionale. In direzione contraria va la riforma dell’artigianato che, oltre a mantenere le attuali agevolazioni per gli artigiani e a determinare una riduzione del contributo alle entrate pubbliche delle imprese che verranno assimilate agli artigiani stessi, spingerà le imprese a rimanere sotto la soglia. Per questo avrà effetti negativi sulla produttività e quindi sui salari.