Home GiornaleContro l’uomo potenziato e l’uomo ibridato: perché abbiamo ancora bisogno dell’umanesimo

Contro l’uomo potenziato e l’uomo ibridato: perché abbiamo ancora bisogno dell’umanesimo

Dalla critica dell’antropocentrismo alla sfida dell’intelligenza artificiale: un “umanesimo situato”, consapevole del limite e della fragilità, può restituire centralità alla persona nell’età della tecnocrazia.

L’umanesimo sotto scacco

È facile constatazione che l’umanesimo oggi risulta sotto scacco, tanto da essere considerato una categoria datata, essendo stata legata a concezioni come l’etnocentrismo, l’antropocentrismo, l’androcentrismo, denunciati da movimenti tra cui il femminismo, l’animalismo, l’ecologismo che hanno avuto il merito di denunciare impostazioni – queste sì datate – come il razzismo, lo specismo, il maschilismo.

Così l’umanesimo si è purificato da queste scorie, ma oggi si trova di fronte a due nuovi orientamenti che lo contestano. Di essi si è occupato anche Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas, dove scrive: «il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità», e «il postumanesimo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà sé stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo».

In breve, il transumanesimo e il postumanesimo condividono «la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana» (n. 116); così entrambi sono accomunati dal fatto che «interpretano il progresso come superamento dell’umano» e additano una visione futuristica di «uomo potenziato» oppure di «uomo ibridato» con la macchina (n. 115).

 

Dall’anthropos al theos, dall’antropos al cyber

Si potrebbe anche dire che nel transumanesimo l’anthropos diventa theos: la degnificazione dell’uomo operata dall’umanesimo diventa nel transumanesimo la deificazione dell’uomo: una divinizzazione diversa da precedenti impostazioni simili di carattere filosofico, in quanto questa volta è affidata all’attuazione delle possibilità tecnoscientifiche, che sono assolutizzate, per cui la tecnologia diventa tecnocrazia.

Dal canto suo il postumanesimo si configura come il rifiuto dell’umanesimo tradizionale, identificato con l’antropocentrismo, e porta a dissolvere l’umano nel mondo naturale o artificiale, per cui l’anthropos cede il posto al cyber.

Detto ciò, è da aggiungere che un aspetto, il cosiddetto antropocentrismo, è stato messo in discussione sia dal pensiero laico (femminismo, multiculturalismo, ecologismo, animalismo), che lo considerava causa delle derive umanistiche della modernità (specismo, maschilismo, razzismo), sia dal pensiero cattolico, che lo legava alle derive moderniste dell’umanesimo (ateismo e nichilismo).

 

Da Maritain a Francesco: verso un “umanesimo situato”

In particolare, l’accusa di antropocentrismo era stata rivolta da Jacques Maritain all’umanesimo moderno, colpevole (scriveva in Umanesimo integrale) «d’essere stato antropocentrico e di non essere stato umanesimo»; successivamente Paolo VI, nella Populorum progressio (n. 42), citando Maritain e De Lubac, ribadiva la critica e contrapponeva «l’umanesimo plenario».

Quasi 50 anni dopo, papa Francesco ha parlato di una nuova forma di antropocentrismo; nuova in quanto – come ha mostrato nella Laudato si’ – non è né un «antropocentrismo dispotico» che «non s’interessa delle altre creature» (n. 68) né un «antropocentrismo deviato» che non rispetta «la bontà propria di ogni creatura» (n. 69 e n. 119), ma – come ha mostrato nella Laudate Deum – è un «antropocentrismo situato» (n. 67) e l’espressione è ripresa da papa Leone in Magnifica humanitas (n. 237).

Tuttavia (per evitare equivoci) ritengo sia preferibile parlare di “umanesimo situato” o “personalismo situato”, per dire un umanesimo caratterizzato come creaturale e contestualizzato secondo una duplice ottica: per un verso, l’uomo fa parte della natura, ma in essa non si esaurisce, in quanto la trascende per la specificità propria della persona umana, cui va riconosciuto un carattere speciale (senza con ciò cadere nello specismo); per altro verso, l’uomo è in rapporto con il mondo artificiale, e se ne differenzia per la specificità dell’intelligenza della persona rispetto alla intelligenza della macchina, sottolineando il carattere macchinico della intelligenza artificiale.

 

L’umanesimo del limite e della fragilità

Quindi un umanesimo del limite e della fragilità che, cioè, tiene presente la dimensione “creaturale” inerente all’uomo, per cui non se ne può fare un assoluto né sottometterlo ad assoluti terrestri.

È invece quello che accade con il transumanesimo e il postumanesimo che possono essere considerati due forme di antiumanesimo (implicito nel transumanesimo ed esplicito nel postumanesimo) e, in entrambi i casi, colpisce l’idea di persona, a causa della hybris tecnologica o informatica nel transumanesimo, e della ibridazione ambientale o artificiale nel postumanesimo.

Così “superuomo” e “cyborg” – «uomo potenziato» e «uomo ibridato» li chiama papa Leone – tendono a sostituire l’idea di persona, per la quale invece l’umanità è “magnifica”, e dobbiamo impegnarci nella sua “custodia”.

 

L’etica non basta: la politica deve custodire l’umano

A tal fine c’è bisogno in campo ecologico e in quello cibernetico dell’etica, epperò – avverte papa Prevost, ed è il punto su cui è importante richiamare l’attenzione – «non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile» (n. 106), mentre tale non è, se l’uomo non rinuncia ad esercitare la sua umanità, se l’uomo anche nella politica mette al centro la persona.

Per questo Leone XIV (all’udienza generale di mercoledì 16 settembre), sulla scia della Gaudium et spes, ha invitato «tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune».

E allora: umanesimo, perché? «Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano».