HomeAskanewsDalla difesa degli anti-apartheid al diritto internazionale, il Nobel a Pillay

Dalla difesa degli anti-apartheid al diritto internazionale, il Nobel a Pillay

Roma, 9 ott. (askanews) – Navi Pillay ha ottenuto oggi il Premio Nobel per la Pace “per i suoi sforzi per promuovere la pace e la legalità internazionale”, diventando la quinta personalità sudafricana a ricevere il prestigioso riconoscimento. La giurista nata 85 anni fa a Durban in una famiglia di origine indiana tamil, trascorse la prima parte della sua carriera difendendo proprio gli attivisti contro l’apartheid, insigniti negli scorsi decenni del Nobel.

Albert Luthuli, uno dei primi leader dell’African National Congress (Anc), ricevette il premio nel 1960, per la sua “lotta non violenta contro l’apartheid; quindi nel 1984 venne premiato l’arcivescovo Desmond Tutu, primo vescovo nero del Sudafrica, “per il suo ruolo di leader unificante nella campagna non violenta contro l’apartheid”; infine nel 1993 il Comitato del Nobel assegnò il premio a Nelson Mandela e FW De Klerk “per il loro impegno per la risoluzione pacifica del regime di apartheid e per aver gettato le basi per un nuovo Sudafrica democratico”.

“Da studentessa di legge nel 1963, ero affascinata dai processi di Norimberga, che studiavo approfonditamente in biblioteca; mi offrivano un quadro di riferimento per comprendere i crimini dell’era dell’apartheid e il modo in cui il diritto potesse contrastare la violenza e le disuguaglianze promosse dallo Stato”, scrisse Pillay in un articolo pubblicato cinque anni fa dalla Cnn.

Nel 1967 fu la prima donna ad avviare uno studio legale nella Provincia del Natal e nel 1995 la prima donna non bianca a far parte della Corte suprema del Paese. “Divenni avvocato nel 1967, in un periodo in cui nessuno studio legale voleva assumermi perché ero una ‘persona di colore’. Difesi attivisti anti-apartheid, denunciai le torture subite dai detenuti politici e ottenni in sede giudiziaria che mio marito, anche lui detenuto, non venisse torturato. Feci in modo che i prigionieri politici, tra cui Nelson Mandela, potessero avere accesso all’assistenza legale. Il primo ufficio da giudice in cui entrai fu il mio, nel 1995, quando divenni la prima donna non bianca a far parte della Corte Suprema”, raccontò ancora.

Nel 1999 divenne giudice e Presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda dove, secondo il Comitato del Nobel, si distinse per “il ruolo svolto nel determinare che la violenza sessuale e lo stupro, così come la diffusione della propaganda, potevano portare all’incriminazione per crimini contro l’umanità e genocidio”.

Pillay è stata anche una delle prime giudici nominate alla Corte penale internazionale (Cpi), creata nel 2002 per perseguire gli individui accusati di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. “Sebbene la creazione stessa della Cpi abbia rappresentato un risultato straordinario e l’istituzione abbia conseguito successi notevoli, il nostro lavoro è appena iniziato – scrisse cinque anni fa – guardandomi intorno nel mondo, vedo il divario tra le nostre aspirazioni e la realtà vissuta dalle vittime nel mondo”.

Dal 2008 al 2014 ha ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani; ha inoltre presieduto la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, dal 2021 al 2025 e, nel 2019, è diventata giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento che vede il Myanmar accusato di genocidio.

“Il percorso verso l’attuazione dei principi di Norimberga simboleggia l’aspirazione dell’umanità e il suo progresso verso la giustizia. Abbiamo l’obbligo morale di proseguire il nostro impegno collettivo per un futuro più giusto e pacifico per le prossime generazioni. Dobbiamo abbandonare la cultura dell’impunità per i crimini più gravi e le violazioni flagranti dei diritti umani, per abbracciare una cultura fondata sulla responsabilità. Questa è l’essenza di Norimberga ed è un elemento centrale dell’eredità che anch’io spero di lasciare”, concluse Pillay il suo intervento sulla Cnn del 2021.