Si potrebbe definire, mutuando il conio di stampa garibaldino, l’«eroe dei due mondi». Conservò la sua identità europea Daniele Comboni, e delle sue radici era ben fiero. Al contempo, servì con coraggio, lungimiranza e passione la causa dell’Africa, quella primitiva, precedente alla spartizione coloniale, e non quella che conosciamo oggi, sottolinea lo storico Gianpaolo Romanato nel libro L’Africa di Daniele Comboni (1831-1881). Missione, esplorazione, avventura (Roma, Edizioni Studium, 2026, pagine 391, euro 28).
Comboni non dimenticò mai — spiega l’autore nel segno di un’analisi lucida, asciutta e penetrante — di essere un europeo, non fu mai colto dal dubbio se dovesse convertire o convertirsi, e imparò che il selvaggio non è un contenitore da riempire ma un essere umano da rispettare.
Nella premessa lo storico ricorda che il libro lo scrisse una trentina di anni fa, quando Comboni non era stato ancora canonizzato. «Potei studiare la sua vita in totale autonomia, non condizionato da pregiudizi, da stereotipi, da pie devozioni». Quindi aggiunge: «Fui lasciato totalmente libero anche dai suoi missionari che non pilotarono in alcun modo il mio lavoro, ma, anzi, misero a mia disposizione archivi, biblioteche, documenti, lasciando alla mia esclusiva responsabilità trarre delle conclusioni».
Con i necessari aggiornamenti Romanato ora ripropone il volume perché nel frattempo Comboni è stato proclamato santo. «Per decenni — si legge nella premessa — i censori ecclesiastici hanno esaminato il suo operato, le testimonianze su di lui, i suoi scritti, dove non mancano sferzanti opinioni sulla curia romana, duri giudizi su eminenti prelati del tempo, senza trovare nulla che impedisse la canonizzazione». C’è poi un altro motivo per riproporre il libro. La missione nella quale operò Comboni, il cui centro fu a Khartoum, sulle rive del Nilo, ebbe parte attiva nella scoperta delle sorgenti del fiume — la maggiore epopea geografica ottocentesca — e in tutte le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita del moderno Sudan.
Oggi questo Paese è teatro di una guerra civile devastante, che ha provocato milioni di vittime tra morti, feriti, profughi, dispersi, «non senza la pratica infame dei bambini-soldato, addestrati ad uccidere». Ma la catastrofe odierna — evidenzia lo storico — viene da molto lontano, e trae origine dalle vicende ottocentesche, quando la penetrazione prima egiziana e poi europea, della quale fu parte la missione cattolica, iniziò la destabilizzazione degli equilibri tradizionali di tutta la regione nilotica. «Comboni e i suoi missionari furono così testimoni, cronisti, protagonisti inconsapevoli e poi vittime designate, di una tragedia storica di enorme portata» sottolinea Romanato.
Con giusto scrupolo, l’autore tiene a precisare che Comboni non è l’unico protagonista del libro. Altre figure ebbero, infatti, un’importanza pari alla sua ed esercitarono una significativa attrattiva. In particolare, Romanato cita i due responsabili della missione che precedettero l’arrivo di Comboni in Sudan: il polacco Maxymilian Ryllo e lo sloveno Ignaz Knoblecher, due uomini che meriterebbero «uno studio biografico specifico». Tutti e tre morirono stroncati dal clima africano, come la maggior parte dei loro compagni, alcuni giovanissimi. Comboni, che visse fino a cinquant’anni, fu uno dei più longevi.
L’autore — nell’illustrare nel minimo dettaglio la vicenda biografica e l’opera di Comboni, nonché le fasi di preparazione alla missione — mette in rilievo che la sua vocazione africana non consisteva nella «stravaganza di un giovane esaltato», ma si innervava dell’impegno per la vita e per la morte di un prete della Restaurazione che «non ebbe nessun altro ideale che quello di essere missionario nelle terre che giudicava, non a torto, le più lontane da Cristo e da ogni conforto umano».
L’impatto con l’Africa su Comboni non ebbe conseguenze traumatiche. Romanato riporta un suo commento: «Che mutazione successe nella vita! Sei mesi fa mi trovavo fra gente colta, incivilita, fra cristiani; si abitava in case fatte a muraglia, si mangiava sopra tavole, si dormiva sul letto. Qui una rozza capanna di canne e di giunchi ci accoglie, si mangia saporitamente sopra una delle nostre casse di viaggio, e si dorme sopra un asse».
Comboni si dichiarava «molto contento» perché, sebbene ancora non vedesse in quale modo «queste persone abbiano a convertirsi», tuttavia, «diffidando affatto dei mezzi umani», egli aveva fiducia in «un colpo prodigioso della grazia di Dio». Segue la puntuale considerazione di Romanato: «La vita gli avrebbe insegnato che Dio non spiana la strada a nessuno, neppure ai missionari. Ma Daniele Comboni era preparato a tutto, anche al silenzio di Dio». Considerazione fatta alla luce di un significativo messaggio inviato da Comboni un mese soltanto dopo essere giunto a Santa Croce: «La nostra vita, la vita del missionario, è un misto di dolore e di godimenti, di affanni e di speranze, di patimenti e di conforti. Si lavora colle mani e colla testa, si viaggia coi piedi e colle piroghe, si studia, si suda, si soffre. Ecco quello che da noi vuole la Provvidenza».
Era articolato e complesso il piano che Comboni aveva elaborato per l’Africa. Romanato indica, in questo denso scenario, uno degli obiettivi del missionario, che consisteva nel fondare sulla costa una serie di insediamenti missionari, contemporaneamente di evangelizzazione e di civilizzazione, forniti di scuole, seminari, università, gestiti da personale europeo e africano insieme, fino a quando gli africani stessi non fossero stati in grado di autogestirsi pienamente. In tali centri — spiega lo storico — si sarebbe preparato personale locale che poi, per irradiazione, avrebbe allargato e trasmesso nell’interno del continente l’insegnamento ricevuto, sia civile sia religioso. In tal modo si sarebbe raggiunto prima o poi il fine della «rigenerazione dell’Africa coll’Africa stessa», che era lo scopo di tutto il suo progetto. Sta qui, dichiara Romanato, «la geniale intuizione» di Comboni. La cristianizzazione del continente, come anche la sua civilizzazione, dovevano essere opera degli africani, resi padroni del proprio destino attraverso un’azione mirata che ne rispettasse la cultura, l’indole, le necessità, l’autonomia. Un’azione diretta «non a portare all’Europa le spoglie dei vinti» ma «ai vinti il tesoro della fede cattolica e della civiltà europea».
Fonte: L’Oservatore romano – 2 marzo 2026
Titolo: Che sia l’Africa a rigenerare l’Africa
