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Danimarca, lo spirito della democrazia negoziale aleggia sul confronto tra sinistra e centro

Dopo le ultime elezioni nessuna maggioranza autosufficiente: il sistema proporzionale, senza premio di maggioranza, affida al negoziato tra le forze politiche — con il centro decisivo — la costruzione della governabilità.

Un Parlamento senza maggioranza

Le recenti elezioni in Danimarca hanno consegnato un quadro privo di una maggioranza autosufficiente. I socialdemocratici della premier uscente Mette Frederiksen si confermano primo partito con circa il 27,5% dei voti e 50 seggi; i liberali si attestano attorno al 13% con poco più di venti deputati; i Moderati, guidati dall’ex primo ministro ed ex segretario generale della Nato Lars Løkke Rasmussen, superano il 9% con una quindicina di seggi. Nel Folketing (il Parlamento danese), composto da 179 membri, la soglia della maggioranza è fissata a 90 seggi: nessuna forza politica, né alcuna coalizione omogenea, è in grado di raggiungerla.

Il sistema elettorale danese è di tipo proporzionale, con una soglia di sbarramento al 2%, e garantisce a sufficienza una rappresentanza ampia e articolata. Non vige dunque un meccanismo premiale che trasformi una maggioranza relativa in maggioranza assoluta. La formazione del governo avviene necessariamente dopo il voto, attraverso un confronto tra le forze parlamentari chiamate a individuare una base comune di sostegno.

Il ruolo decisivo dei Moderati

In questo quadro, il partito centrista dei Moderati (nato da una scissione dello storico partito liberale “Verste”) assume un ruolo determinante. La formazione guidata da Rasmussen risulta infattii indispensabile per la costruzione di un’intesa a maglie larghe, anche senza un coinvolgimento diretto nel governo. Ad oggi, la premier uscente Frederiksen ha le carte in regola per restare alla guida dell’esecutivo, ma all’esito di un negoziato ancora aperto. Il confronto con l’area centrista procede su basi pragmatiche e riguarda i principali dossier dell’azione di governo. Non emergono alternative credibili al di fuori di un accordo con Rasmussen. Si consolida così uno scenario in cui la governabilità è affidata a intese puntuali più che ad accordi organici.

Una prassi di responsabilità politica

Come si vede, il funzionamento del sistema danese si fonda su una prassi consolidata. La stabilità dipende dal senso di responsabilità delle forze politiche, chiamate a favorire e preservare la governabilità attraverso gli strumenti della democrazia negoziale. Ne deriva una forma di autodisciplina che coinvolge gli attori parlamentari e, nella fattispecie reale, le componenti del riformismo democratico.

In questo contesto, il centro non è un elemento residuale ma una componente essenziale del sistema. Un dato che smentisce il querulo discorso che in Italia continua a circondare il centro con l’idea della sua inutilità, se non della sua nocività.