Home GiornaleIl travaglio del campo largo: leadership senza programma

Il travaglio del campo largo: leadership senza programma

Dopo il referendum, il centrosinistra discute di guida e alleanze senza aver chiarito visione e contenuti. Sullo sfondo, il ruolo divisivo di Conte e la tenuta dell’elettorato riformista.

L’esito referendario sembra aver rinforzato l’attuale opposizione del campo largo. Sin dal giorno della vittoria del NO, i leader hanno iniziato a discutere e dibattere su chi debba guidare questa compagine.

Ancora non è chiaro quale programma unirà le varie anime, quale agenda porterà avanti una potenziale maggioranza progressista, per quali proposte chiederanno il voto di noi cittadini, però si preoccupano subito di capire chi potrà coprire la poltrona più ambita.

In questo scenario, il più lesto e furbo a muoversi è stato il leader dei 5 stelle, l’on. Giuseppe Conte. Non sorprende certamente, infatti il personaggio pur di garantirsi la poltrona più ambita è solito stringere accordi con chiunque. Nel lontano 2019, solo pochi giorni aver firmato insieme all’allora ministro degli interni Salvini i decreti Sicurezza, riuscì a farsi benedire dal PD come punto di riferimento di tutti i progressisti.

Oggi, come allora, dalle parti del centrosinistra si prende ancora in considerazione la medesima ipotesi, farsi guidare dall’avvocato del popolo contro Giorgia Meloni. Se ieri però il peccato era umano, oggi, dopo aver vissuto ben due esecutivi Conte, possiamo dire che è un errore diabolico.

Giuseppe Conte può essere considerato il peggior Presidente del Consiglio che la storia repubblicana abbia mai avuto. Durante i suoi governi sono stati firmati i già citati decreti sicurezza, le leggi giustizialiste del ministro Bonafede sulla prescrizione, il più grande buco del debito pubblico italiano di tutta la seconda Repubblica il “superbonus”, il suo governo nel periodo del covid accettò l’aiuto di “sanitari” russi e ci fece arrivare alla vigilia della campagna di vaccinazione completamente impreparati.

Negli anni più recenti, poi, ha adottato una politica estera più affine alla dittatura iraniana e alle altre autocrazie che alle principali democrazie Europee. Ancora oggi molti esponenti del suo partito sostengono che, in caso di vittoria del campo largo, saranno fermati tutti gli aiuti militari alla coraggiosa resistenza Ucraina e che il campo largo si impegnerà solamente a sostenere una soluzione diplomatica del conflitto.

Ora, sia chiaro una cosa, tutti vogliamo la fine del conflitto e la pace in Ucraina. Ciò si potrebbe verificare in pochissimo tempo e senza spargimento di altro sangue, basterebbe che chi ha avviato questa insensata e tragica guerra ritiri tutte le sue truppe dentro ai confini russi. Se oggi l’Occidente smettesse di fornire aiuto e supporto militare al popolo ucraino, non si otterrebbe la pace ma la Russia riuscirebbe ad occupare l’intero territorio ucraino, negando ad una intera popolazione la sua libertà e il suo diritto alla autonomia. Non ci possiamo lavare le mani di fronte al martirio di un popolo che si è sollevato per essere libero.

Oggi l’alleanza del campo largo non garantisce che l’Italia continui a sostenere l’Ucraina e, a maggior ragione, se Giuseppe Conte dovesse guidare questa alleanza e non Elly Schlein, il Presidente del Consiglio avrebbe posizioni più vicini alla Russia che all’Ucraina.

Per questi motivi, se Giuseppe Conte dovesse guidare il campo largo, nessun elettore centrista e riformista oggi potrebbe votare per questa coalizione. Anzi, pur di non far tornare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi sarebbe pronto a votare Giorgia Meloni.