Home GiornaleDc, la modernità di quel “metodo”

Dc, la modernità di quel “metodo”

Il richiamo alla lezione democristiana, oltre la memoria storica, rimette al centro un metodo politico fondato su responsabilità, misura e qualità democratica, ancora decisivo nel tempo presente.

Oltre la commemorazione

Il ricordo di Benigno Zaccagnini, del 13° congresso nazionale della Dc e di quella straordinaria classe dirigente fatta di leader e di statisti, non esauriscono il significato dell’iniziativa messa in campo dall’amico Dario Franceschini domenica scorsa a Roma. C’è molto di più. È appena sufficiente leggere alcuni articoli apparsi su vari quotidiani, anche se un po’ romanzati, per rendersi conto che c’è stato qualcosa di più. E quel “di più” non è solo l’attualità di una cultura politica che, tra l’altro, conserva una straordinaria modernità ed attualità anche in una stagione post ideologica e a volte addirittura post democratica e che non può essere archiviata frettolosamente.

Il valore di un metodo

Ma, semmai, parliamo di un “metodo” politico che non tramonta. Perchè appartiene alla qualità della democrazia, alla miglior storia democratica del nostro paese e allo stesso “spirito” costituzionale. Un “metodo” di marca democristiana che resta, ancora e soprattutto oggi, l’elemento qualificante per un politico che non subisce il fascino della deriva della radicalizzazione violenta e sfacciatamente anti democratica.

Una presenza che continua

Al riguardo, e al di là delle costanti che hanno caratterizzato la fase politica che hanno visto come protagonista Zaccagnini e quel gruppo dirigente, quello che merita di essere ricordato oggi non è che la Dc è tramontata 33 anni fa ma che, e soprattutto, i “democristiani” attraverso la riproposizione di quel “metodo” politico continuano ad essere presenti nella cittadella politica italiana. E non solo come semplici comparse perchè rivestono ancora oggi, e come tutti sanno, ruoli politici ed istituzionali molto significativi e qualificati.

Il contesto contemporaneo

Ed è proprio sulla base di questo dato, semplice ma oggettivo, che l’iniziativa di Franceschini è destinata ad avere un significato che va oltre un semplice convegno. Un significato anche per il futuro della politica italiana. Soprattutto alla luce di un contesto come quello contemporaneo dove la radicalizzazione persin violenta della lotta politica rischia di indebolire la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Nonchè, e come ovvio e persin scontato, l’efficacia dell’azione di governo. Di qualsiasi governo.

Tra populismo e il nulla della politica”

E proprio il “metodo” democristiano, al di là della fisiologica evoluzione della società e del cambiamento dell’assetto politico, si ripropone in tutta la sua attualità e modernità. Un “metodo” che è anche, e soprattutto, frutto di un modo d’essere in politica che non può essere qualunquisticamente archiviato solo perchè siamo alle prese con partiti e movimenti che affondano le loro radici nel populismo, nel sovranismo e nel “nulla della politica”, per dirla con una felice ed efficace espressione di Mino Martinazzoli pronunciata ormai molti anni fa.

Una lezione ancora necessaria

E rileggere, oggi, pezzi di quella storia cinquantennale non solo è utile per non archiviare la ‘nostra’ memoria storica o per evitare di riproporre quella sterile polemica tra chi proviene da quel ceppo e ha fatto scelte politiche diverse se non addirittura alternative ma, soprattutto, è consigliabile per chi non si rassegna ad una politica fatta solo di insulti, di attacchi personali, di delegittimazioni moralistiche e di criminalizzazioni di natura politica e culturale.

Il “metodo” democristiano, infine, si rende necessario anche per evitare che si affermi una deriva chiaramente e quasi scientificamente anti democratica che può avere effetti nefasti e persin fatali per la conservazione del nostro impianto costituzionale. Non solo quello sbandierato strumentalmente durante il recente e violento confronto sul referendum costituzionale sulla giustizia.

Al riguardo, rileggere la storia – e nello specifico quella storia – è anch’esso un contributo politico e di cultura politica di livello che solo un qualunquista o un populista può ritenere essere un esercizio inutile e dannoso.