La demografia africana non è un tema ignoto alle classi dirigenti europee, né una variabile rimossa dall’analisi strategica dell’Unione. Al contrario, da anni essa è al centro di studi, documenti e proiezioni che accompagnano le politiche su migrazioni, cooperazione e sicurezza.
Governare l’immigrazione in democrazia
La vera difficoltà non sta dunque nella diagnosi, ma nel governo politico del fenomeno migratorio in società democratiche attraversate da un’opinione pubblica largamente avversa.
È una difficoltà che non riguarda solo l’Europa, ma l’occidente nel suo complesso. La gestione dell’immigrazione tocca paure profonde, identità collettive, equilibri sociali fragili. Proprio per questo, però, l’Europa è chiamata a uno sforzo ulteriore: raccontare meglio e con maggiore continuità perché il rapporto con l’Africa – continente plurale e non blocco uniforme – rappresenti una pietra miliare del proprio futuro politico, economico e civile.
Nel dibattito pubblico, tuttavia, l’Africa continua spesso a essere evocata come un’entità indistinta, una massa demografica in espansione destinata prima o poi a riversarsi verso Nord. È una semplificazione che non aiuta il consenso democratico e non migliora la qualità delle decisioni. I dati delle Nazioni Unite mostrano una realtà molto più articolata: non esiste un’unica Africa demografica, bensì almeno tre traiettorie diverse, con implicazioni politiche profondamente differenti.
L’Africa del boom demografico
C’è innanzitutto l’Africa del boom demografico, quella che farà crescere i numeri complessivi del continente. Paesi come Nigeria, Repubblica Democratica del Congo o Niger combinano fecondità elevatissime e popolazioni giovanissime. Qui la transizione demografica è ancora lontana dal compiersi.
È questa Africa che spingerà verso l’alto la popolazione mondiale nel XXI secolo e che alimenterà pressioni migratorie, instabilità e competizione per risorse scarse. Tenerne conto non significa cedere all’allarmismo, ma riconoscere una delle principali sfide geopolitiche del nostro tempo.
L’Africa della transizione accelerata
Accanto a questa, però, esiste un’Africa della transizione accelerata. È l’Africa mediterranea e nord-orientale: Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria. Qui la fecondità scende rapidamente, lo Stato è più presente, l’urbanizzazione è avanzata. La popolazione continua a crescere, ma a ritmi decrescenti.
È l’Africa che costituisce il naturale spazio di interazione con l’Europa, non solo sul piano geografico ma su quello politico ed economico. Ridurla a semplice serbatoio migratorio significa indebolire le basi di una vera politica euro-mediterranea fondata su cooperazione, investimenti e stabilità condivisa.
L’Africa dimenticata della post-transizione
Infine c’è un’Africa spesso trascurata nel dibattito pubblico: quella post-transizione, rappresentata emblematicamente dal Sudafrica. Qui la fecondità è ormai vicina ai livelli di sostituzione, l’invecchiamento è iniziato, la crescita rallenta fino a prospettare una stagnazione di lungo periodo.
È un’Africa che assomiglia più all’America Latina che al Sahel, segnata da forti disuguaglianze, emigrazione qualificata e problemi strutturali di sviluppo. Non traina il boom demografico africano, ma ne anticipa alcune criticità future.
Raccontare l’Africa plurale per governare il futuro
Parlare di Africa al singolare non è solo analiticamente scorretto: indebolisce la capacità delle democrazie europee di costruire consenso attorno a politiche complesse ma necessarie. Le politiche migratorie, di cooperazione e di sicurezza funzionano solo se si inseriscono in una narrazione pubblica capace di distinguere, spiegare e orientare.
L’Italia, per posizione geografica e storia, è uno dei Paesi europei più direttamente coinvolti in questa relazione strategica. Ma la sfida riguarda l’intero Occidente. La demografia non impone automaticamente le politiche, ma ne definisce l’orizzonte del possibile.
Il tempo lungo come responsabilità politica
Il rapporto con l’Africa – continente plurale, dinamico e diseguale – non è un’emergenza da gestire, ma una dimensione strutturale del futuro europeo e occidentale. Governarlo richiede decisioni, certo, ma anche un lavoro paziente di spiegazione e di costruzione del consenso.
La posta in gioco non è solo l’Africa che cresce, ma la capacità dell’Europa di pensarsi nel tempo lungo, di tenere insieme realismo politico e responsabilità democratica. È su questo terreno che si misura oggi la maturità delle sue classi dirigenti, non sulla loro consapevolezza del problema, che è già ampiamente acquisita al netto della “riottosità” di ampi strati sociali impauriti.
