Non un atto di difesa, ma un dovere di onestà intellettuale
Non sono, come ovvio, il difensore d’ufficio della Cisl. Ma dalla Cisl, pur non essendo mai stato personalmente un sindacalista, arrivano i due leader politici che sono stati i miei principali ed esclusivi “maestri”: Carlo Donat-Cattin e Franco Marini.
Due storici leader sindacali e, soprattutto, politici, che hanno formato intere generazioni e che hanno caratterizzato il percorso e il cammino della sinistra sociale di ispirazione cristiana nel nostro Paese. Con Donat-Cattin nella Dc e poi nel Ppi, nella Margherita e nella prima stagione del Pd con Marini, prima che quest’ultimo diventasse il semplice prolungamento della filiera Pci/Pds/Ds/Pd.
Ma, per tornare alla Cisl, credo sia doveroso – nonché intellettualmente onesto – ricordare almeno due aspetti che non sono affatto secondari.
Quando il sindacato diventa soggetto politico
Innanzitutto non possiamo non dire che c’è una sigla sindacale oggi nel nostro Paese che si è trasformata in un soggetto politico. O meglio, per essere più precisi, in un petalo dell’alleanza di sinistra e progressista.
Una trasformazione radicale del principale sindacato italiano, ovvero la Cgil di Landini, che non può e non deve mai passare sotto silenzio.
Una considerazione, questa, che non sempre viene adeguatamente evidenziata nella sua gravità e nella sua pericolosità, soprattutto per il ruolo storico – nonché costituzionale – a cui è chiamato ad essere il sindacato.
La specificità della Cisl non è negoziabile
In secondo luogo, la tradizione, la cultura, la storia e la prassi concreta della Cisl non possono essere confuse con quelle della Uil, anche quando lo storico sindacato socialista organizza un pur importante incontro con mons. Rino Fisichella.
Questo perché la storia e la cultura del tradizionale sindacato cattolico e riformista del nostro Paese non possono essere sacrificate sull’altare delle valutazioni e delle opinioni politiche contingenti.
Lo dico perché, su questo versante, la Cisl ha continuato ad essere fedele alla sua vocazione originaria.
Contrattazione, dialogo, riformismo
E cioè: un sindacato che pratica ed esalta la contrattazione a livello locale e nazionale; che crede nel confronto e nel dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, senza accampare le solite – e ormai collaudatissime – pregiudiziali politiche e ideologiche; che coltiva un approccio laico e riformista nel ricercare soluzioni utili per i lavoratori e per i ceti popolari del nostro Paese.
E, infine, un sindacato che non si trasforma in un soggetto politico o in un partito, dimenticando radicalmente la propria missione originaria.
Perché la Cisl non entra nel cono d’ombra
Ecco perché, pur senza santificare o esaltare oltre misura il ruolo e la funzione della Cisl, credo sia doveroso richiamare la specificità e l’originalità del sindacato di via Po quando si parla dell’attuale panorama sindacale italiano.
Certo, il sindacato italiano deve avere maggiore forza, incisività e coraggio nel proseguire il proprio cammino. Ma è indubbio che esso è credibile, serio, trasparente e competitivo solo se non rinuncia a fare il sindacato.
Nel momento in cui si trasforma in un partito o in una grigia e indistinta succursale di qualche potentato – di qualsiasi genere esso sia – è destinato inesorabilmente ad entrare in un cono d’ombra: a diventare irrilevante, ininfluente, puramente ornamentale. Un epilogo a cui la Cisl non si adegua. Per rispetto della sua storia. Innanzitutto e soprattutto.
