Un dato che cambia il quadro
L’Italia è tornata alle urne. E c’è tornata con un’intensità che pochi, davvero, avevano messo in conto. Alle 23 di ieri l’affluenza ha raggiunto il 46,07 per cento: un livello che, nei referendum celebrati su due giornate di voto, non si era visto in questo scorcio di secolo. È il primo dato politico, il più netto, il più difficile da relativizzare. Qualcosa si è rimesso in moto nel corpo elettorale. E non per inerzia.
Il tema della giustizia, da sola, probabilmente non basterebbe a spiegare una simile mobilitazione. Evidentemente, essa ha finito per rappresentare altro da sé. Quindi ha assunto il valore di una prova generale della politica italiana, quasi fosse il luogo simbolico in cui si sono addensate tensioni più profonde: il giudizio sul governo, la tenuta dell’opposizione, la credibilità dei due schieramenti, il senso stesso della partecipazione democratica.
Il ritorno degli astenuti
Da anni il grande racconto pubblico era quello dell’astensione come destino. Una lenta ma continua ritirata dei cittadini dalla cittadella politica, quasi un fatto strutturale, irreversibile. Le ore di questo referendum ci consegnano invece un segnale diverso: l’isola degli astenuti, che si riteneva sprofondata per sempre, è riemersa. Non sappiamo ancora se si tratti di una riapparizione episodica o dell’inizio di un’inversione di tendenza. Sappiamo però che il fenomeno esige di essere preso sul serio.
Non basta dire che la campagna referendaria ha acceso lo scontro tra destra e sinistra. Sarebbe una spiegazione comoda, ma insufficiente. La dialettica bipolare, da sola, non genera automaticamente partecipazione. Talvolta, anzi, la consuma. Qui deve esserci qualcosa di più: una inquietudine civile, una domanda di orientamento, forse perfino la percezione che il passaggio in gioco non sia soltanto tecnico o giuridico, ma investa l’equilibrio complessivo del sistema democratico.
Oltre la lettura meccanica
A questo punto ogni previsione resta sospesa al gancio del dubbio. I sondaggisti parlano stamane di situazione imprevedibile. Ed è comprensibile. Con un’affluenza così alta, il voto si sottrae alle letture prefabbricate. Diventa più difficile ridurlo a somma di appartenenze consolidate. E tuttavia un punto appare già chiaro: il risultato, quale che sia, non potrà essere derubricato.
Se vincerà il governo, rivendicherà il consenso come una investitura politica. Se invece il responso delle urne suonerà come una bocciatura, l’opposizione ne farà il segnale di una possibile svolta, caricandolo di significati che vanno ben oltre la materia referendaria. In un caso o nell’altro, il voto di queste ore si proietta già sulle prossime elezioni politiche.
La domanda vera
Ma la questione decisiva da oggi è un’altra. Da dove nasce, esattamente, questa volontà di partecipazione? È qui che l’analisi deve scavare più a fondo, senza accontentarsi delle semplificazioni correnti. Forse gli italiani hanno avvertito che, dietro il quesito sulla giustizia, si agitava una domanda più larga sul potere, sulle garanzie, sull’assetto della Repubblica. Forse hanno sentito che era il momento di tornare a contarsi.
Quando il voto riprende quota, la politica farebbe bene a non limitarsi a registrare il dato. Dovrebbe interrogarsi sulle ragioni profonde che lo hanno prodotto. Perché, se davvero gli astenuti hanno ricominciato a muoversi, allora non siamo soltanto davanti a una consultazione riuscita. Siamo forse davanti a un passaggio che obbliga tutti a ripensare il rapporto tra cittadini e politica, cogliendo uno spiraglio di sole oltre la spessa nuvolaglia della post democrazia.
