Home GiornaleEgitto al tracollo: Israele più sicuro? Meloni sembra ignorare la realtà

Egitto al tracollo: Israele più sicuro? Meloni sembra ignorare la realtà

La guerra travolge l’economia egiziana. Ora, un Medio Oriente allo sbando rende Israele più sicuro? Oppure rischia di produrre il caos nella regione e oltre? L’allarme riguarda anche l’Italia.

LEgitto sullorlo della tempesta

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non ha colpito direttamente il territorio egiziano. Eppure, uno dei primi Paesi a subirne le conseguenze economiche potrebbe essere proprio l’Egitto.

Il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha parlato apertamente di uno stato di “quasi emergenza economica”, avvertendo che la crisi regionale potrebbe provocare un’impennata dei prezzi e un grave squilibrio nei mercati interni. La moneta nazionale, la lira egiziana, è già scesa ai minimi degli ultimi mesi rispetto al dollaro, mentre gli investitori internazionali stanno ritirando capitali a breve termine.

Per un’economia fortemente dipendente dalle importazioni, la svalutazione è un colpo durissimo: negli ultimi tre anni la valuta egiziana ha perso circa due terzi del suo valore, alimentando inflazione e tensioni sociali.

Suez e Hormuz: i due nodi della crisi

Il vero nodo geopolitico della crisi è però marittimo. Il Medio Oriente ospita due delle principali arterie del commercio globale: lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e il Canale di Suez, passaggio fondamentale per i traffici tra Asia ed Europa.

Se il conflitto dovesse bloccare o limitare il traffico energetico nel Golfo Persico, l’effetto a catena si ripercuoterebbe anche sul Canale di Suez. Non è una prospettiva teorica: le tensioni nel Mar Rosso e la guerra a Gaza hanno già provocato perdite di circa 9-10 miliardi di dollari di entrate per il canale egiziano.

Molte compagnie di navigazione hanno scelto rotte alternative, aggirando l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. Questo significa viaggi più lunghi, costi logistici più alti e meno traffico per Suez, una delle principali fonti di valuta estera del Paese.

Il rischio inflazione e il prezzo del petrolio

Al Sisi ha avvertito che la prosecuzione della guerra potrebbe provocare un aumento generalizzato dei prezzi e ha minacciato persino l’intervento dei tribunali militari contro eventuali speculazioni commerciali.

Il punto più sensibile resta il petrolio. Dopo l’inizio delle operazioni militari, il Brent ha registrato aumenti significativi sui mercati energetici, mentre gli analisti non escludono rincari ancora più forti in caso di escalation militare nel Golfo.

Per l’Egitto, che importa gran parte dell’energia e dei beni alimentari, ogni aumento del costo delle materie prime si traduce immediatamente in inflazione e pressione sociale.

Lallarme per lEuropa

La crisi egiziana è anche un segnale per l’Europa. Il sistema energetico del continente resta vulnerabile agli shock del Golfo Persico e alle tensioni nei corridoi marittimi strategici.

Secondo alcune stime, un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe costare all’Italia fino a 33 miliardi di euro in sei mesi, con un aumento significativo delle bollette energetiche e un forte impatto sulla manifattura.

C’è poi una questione strategica: se un Paese centrale come l’Egitto entrasse davvero in una crisi economica profonda, l’intero equilibrio del Mediterraneo orientale potrebbe essere destabilizzato.

Ed è qui che emerge una domanda inquietante: un Medio Oriente economicamente allo sbando rende Israele più sicuro? Oppure rischia di produrre maggiore instabilità nella regione e oltre? Meloni dice che l’Italia non è in guerra – per altro una guerra definita da Crosetto “al di fuori delle regole del diritto internazionale” – ma nulla dice a riguardo di un vero spirito di unità nazionale per affrontare un’emergenza così grave sull’altra sponda del Mediterraneo, con l’Egitto a rischio di tracollo.