Le quattro priorità americane
L’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha dal suo punto di vista inteso “tranquillizzare” gli europei circa il confermato impegno degli Stati Uniti nell’assicurare il rispetto, in caso si rendesse necessario, dell’art. 5 dello statuto fondativo dell’Alleanza Atlantica. Ma in realtà ne ha ulteriormente accentuato le preoccupazioni poiché ha elencato – in ordine di importanza, dall’alto in basso – quali sono le “quattro priorità” degli Usa: la “nostra sicurezza nazionale” (ovviamente, ci mancherebbe altro); la “sicurezza del nostro continente” (la vecchia Dottrina Monroe oggi ripresa e riaggiornata); la “sicurezza dell’Indo-Pacifico” (a conferma che con Trump viene prima l’America, anche del Sud, e solo dopo l’Estremo Oriente); la “sicurezza dell’Europa” (ottimo, ma è solo all’ultimo punto…).
Questa è l’osservazione di un alto funzionario dell’Amministrazione americana che opera attualmente nell’ambito di un’organizzazione militare difensiva quale è la Nato, e già dice molto. Quale sia il disegno geopolitico che la definisce nell’attuale fase storica è reso esplicito dalle non tanto estemporanee quanto piuttosto continuative prese di posizione di Trump, simpatetiche con Cina e Russia – e in particolare con i loro presidenti, Xi Jinping e Putin – e antipatizzanti con l’Unione europea e i capi dei governi nazionali del Vecchio Continente non supini ai suoi dettami.
Da Berlino a Mosca, il rovesciamento delle alleanze
Decodificato politicamente, il messaggio dell’ambasciatore ci dice che l’obamiano Pivot to Asia è stato sostituito da America first, e questo si sapeva già, ma pure che l’Asia oggi è per la Casa Bianca in primo luogo la Cina; e che il kennediano “siamo tutti berlinesi” di vecchia memoria divenuto realtà con la caduta del Muro nel 1989 è ormai seppellito da una inedita vicinanza con Mosca a scapito della Germania e degli altri paesi europei, per i quali si auspica (attivamente) una presa del potere ad opera di movimenti e partiti nazionalisti che affosserebbero l’Unione europea, primo nemico del tycoon.
Una considerazione, questa, forse un po’ forzata, ma a questo punto necessaria per mettere opinione pubblica e politica europee innanzi ad una realtà che si sta delineando in maniera preoccupante, della quale il progressivo abbandono dell’Ucraina al suo destino da parte di Washington è la tragica cartina di tornasole. Così che gli europei – fra poco impegnati in alcuni turni elettorali di estrema importanza – si rendano conto che oltre ai temi economici, sempre basilari, e a quelli climatici, non più eludibili, la questione di una propria autonoma difesa si pone in termini imperativi.
Anche nel caso, auspicabile, di un futuro ritorno alla Casa Bianca a un atteggiamento più amichevole con le capitali europee e con Bruxelles gli anni che stiamo vivendo impongono la messa in agenda del tema. Prima che l’Unione sprofondi nell’insignificanza politica più totale.
Il costo delle difese nazionali
Non è qui il caso di entrare nei dettagli, tutti sappiamo che nessun singolo paese europeo, neppure la Germania che ha deciso un riarmo mai neppure immaginato sino a pochissimi anni fa, è in grado di difendersi autonomamente da un attacco nemico condotto da potenze militarmente superiori.
Senza contare le inefficienze, costosissime, derivanti dalle mancate economie di scala: la numerosità dei sistemi d’arma europei, tutti nazionali e tutti o quasi duplicati per 27 volte, mostra la sua assurdità a confronto dell’efficienza derivante da un numero minore di modelli che garantisce costi minori (si pensi ad esempio ai pezzi di ricambio) e razionalità nella loro gestione. Osservazioni ormai stranote e ben argomentate da anni dagli specialisti della materia che la politica non ha saputo sino ad oggi fare proprie.
Debito comune per una difesa comune
Ora però il dramma ucraino, in corso da cinque anni, è aggravato dal tradimento in atto ad opera del peggior presidente statunitense di sempre, e obbliga dunque l’Europa sotto attacco a un colpo di reni: debito comune per finanziare una difesa comune, che fra l’altro costringerebbe i singoli paesi a operare congiuntamente negli investimenti nel settore, nella ricerca e sviluppo, nel purchasing, nelle catene di comando e quant’altro.
Tutto molto difficile nello scetticismo generale che pervade oggi l’Ue e nel respiro ancora fortemente nazionalista che la alimenta. Tutto addirittura impossibile se in Francia dovesse divenire presidente Marine Le Pen. Ma tutto decisivo per il futuro dell’Europa. Più forte o, al contrario, relegata ad un modesto quarto posto, che in ogni manifestazione sportiva significa medaglia di legno. Simbolicamente, dice tutto.

