[…] Andrebbe riconosciuto che la storia, soprattutto nel secolo appena trascorso, ci ha mostrato mostruosi esempi di ‘Stato onnipotente’ che hanno trovato nei diversi totalitarismi o aspiranti tali una drammatica rappresentazione. Con ciò intendiamo dire che la difesa della società libera passa per il riconoscimento della intima natura relazionale delle persone e, di conseguenza, per la consapevolezza del ruolo indispensabile dei cosiddetti corpi intermedi/enti concorrenti, quali baluardi contro le mire onnivore dell’autorità, a scapito della libertà. È questo lo spazio della cosiddetta società civile, spesso confusamente descritta come una sorta di cinghia di trasmissione tra l’individuo isolato e lo Stato onnipotente, mentre più realisticamente andrebbe rappresentata come una galassia nella quale le istituzioni politiche, economiche e culturali, si confrontano, collaborano, cooperano e interferiscono tra loro, limitandosi e incentivandosi a vicenda.
Così intesa, la società civile rappresenta l’argine critico alla pretesa assolutistica avanzata da qualsiasi suo componente e il terreno di coltura di una mentalità critica che dispone le persone a resistere alle mire egemoniche di qualsiasi tipo e provenienti da qualsiasi parte; trattasi della rete di comunità, di enti concorrenti, di formazioni sociali, di enti economici, sociali, religiosi e quant’altro.
Se a questa complessità civile associamo anche quella interna dell’ente pubblico, allora otteniamo una rappresentazione del ‘civile’ come realtà radicalmente e irriducibilmente differenziata, la cui articolazione è comprensibile ricorrendo alle due forme di sussidiarietà che si incrociano: orizzontale e verticale. La sussidiarietà orizzontale garantisce una ripartizione dei compiti e dei fini tra soggetti pubblici e privati, mentre la sussidiarietà verticale si traduce nella distribuzione delle competenze e degli obiettivi tra i diversi livelli territoriali del governo dell’ente pubblico; la circolarità delle informazioni, degli interessi e delle responsabilità fra i due livelli della relazione sussidiaria ci offre la possibilità di far concorrere gli interessi e di integrare la dimensione del governo, necessariamente di tipo top-down, con quella della governance, improntata alla dinamica bottom-up, senza per questo cadere nella trappola del corporativismo.
Dunque, la sussidiarietà, vera cartina al tornasole di una policy ispirata alla cultura politica di ‘centro’, contrasta ogni forma di accentramento, pensiamo a quello praticato soprattutto dall’ente pubblico ma non solo. Pertanto, lo statalismo, il corporativismo e ogni forma di pretesa assolutistica e di monopolio del potere sono contrari alla governance di tipo sussidiario. La governance sussidiaria genera partecipazione, ossia, il protagonismo dei soggetti individuali e comunitari; in pratica, permette loro di esercitare, il più possibile, la funzione sovrana, partecipando, in una certa misura, al processo decisionale che riguarda questioni di interesse comune. Il principio di sussidiarietà consente di governare l’irriducibile ‘poliarchia’ istituzionale, figlia dell’altrettanto irrisolvibile ‘plurarchia’ civile, e si oppone al ‘monismo’, in forza del quale il pluralismo istituzionale è sconfitto e rimpiazzato da forme ‘monarchiche’, dominate dalla pretesa egemonica di chi, ritenendo di possedere la verità, pretende anche di detenere e amministrare monopolisticamente gli strumenti per omogeneizzare gli interessi contrastanti e imporre la propria soluzione al dilemma del bene comune.
Fonte: Paradoxa, gennaio-marzo 2026
Titolo originale: “Per una politica di centro: il centro come metodo e contenuto”
Il fascicolo, curato da Leonardo Becchetti d Flavio Felice, riporta il seguente titolo: “Palla al centro. Identikit del partito che (ancora) non c’è”.
