Ci siamo quasi. Il 4 novembre, appena smaltiti i brividi di Halloween, scadono i termini per presentare le candidature alla presidenza della federazione più ambita e chiacchierata, ma anche più potente d’Italia: la Federcalcio. Con la speranza che almeno stavolta dall’urna non esca un altro spavento.
Le elezioni si terranno il 14 dicembre e il clima sembra già quello del solito caos in salsa italiana. Un caos fatto di indiscrezioni, sospetti, schieramenti che cambiano e conti che non tornano.
Una nuova elezione, i vecchi equilibri
Una necessità, però, dovrebbe mettere tutti d’accordo: evitare un’altra figuraccia. L’elezione di giugno, che aveva consegnato la presidenza a Giovanni Malagò, è stata seguita dalla controversia sul suo mancato tesseramento e dal commissariamento della Federazione. Con un paradosso che sembra scritto apposta per raccontare il nostro calcio: a fare da commissario è stato chiamato lo stesso Malagò.
Ora si torna al voto, con l’auspicio che questa volta il risultato possa dare alla FIGC una guida stabile e pienamente legittimata.
Ma rispetto a giugno lo scenario è cambiato. Accanto a Malagò è arrivata la candidatura di Adriano Galliani, senatore di Forza Italia e, prima ancora, storico dirigente del Milan di Silvio Berlusconi.
A rendere ancora più significativa questa sfida è la frattura nella Serie A. Prima dell’elezione di giugno, diciannove club su venti avevano sostenuto la candidatura di Malagò. Oggi quella compattezza è svanita: Inter e Milan guardano a Galliani, mentre sulla Juventus emergono orientamenti meno univoci. Il fronte che aveva accompagnato Malagò alla presidenza si è dunque incrinato nel giro di pochi mesi.
Un segnale è arrivato anche dalle parole di Beppe Marotta, intervenuto a Sky prima del derby di Milano del 31 ottobre. Il presidente dell’Inter, già tra i principali sostenitori di Malagò, ha riconosciuto una «contrapposizione forte tra le parti», pur precisando che erano state scritte «cose inesatte» e rinviando ulteriori chiarimenti. Parole che rendono evidente la distanza dal clima di sostanziale unità della prima elezione. Resta da capire che cosa sia cambiato così rapidamente: la valutazione del progetto o gli equilibri di chi lo aveva sostenuto?
Al momento Malagò ha raccolto il sostegno di undici club di Serie A, quanto basta per accreditare la propria candidatura, senza che questo vincoli il successivo voto dei delegati.
Galliani può invece contare sull’appoggio di Assoallenatori e Assocalciatori, che insieme rappresentano il 30% del peso elettorale. Restano da conoscere gli orientamenti delle componenti che rappresentano il restante 52%: Lega Nazionale Dilettanti, Lega Pro e Serie B. Tre componenti che non hanno ancora sciolto le riserve e che rendono la situazione quantomeno frizzantina.
Il declino del calcio italiano
Si profila un duello rusticano tra due protagonisti di lungo corso dello sport italiano. Una sfida che tiene la Federcalcio in apnea e pone una domanda che va oltre i nomi: quale futuro si vuole costruire per un movimento segnato da anni di crisi?
Dopo decenni nei quali il calcio italiano era un punto di riferimento mondiale, oggi fatichiamo a riconoscerci in quella centralità.
La Nazionale ha mancato la qualificazione agli ultimi tre Mondiali, mentre i campionati inglese e spagnolo continuano a esercitare una forte attrazione sui grandi calciatori.
Parlare di periferia può sembrare una provocazione, ma descrive la distanza tra il prestigio che rivendichiamo e il ruolo che riusciamo concretamente a esercitare.
Nessuno ha la palla di cristallo. Ma chi sperava in un cambiamento, o almeno in un’inversione di tendenza rispetto alle ripetute sconfitte del calcio nostrano, fatica a trovare in questa contesa motivi di entusiasmo.
La rivoluzione che nessuno sembra volere
È difficile immaginare che Galliani, protagonista di una lunga stagione di straordinari successi con il Milan, possa oggi incarnare quella rivoluzione che tanti auspicano da tempo.
Le vittorie del passato meritano rispetto, ma non bastano a garantire le risposte di cui il calcio italiano ha bisogno. E lo stesso interrogativo sulla capacità di cambiare deve valere anche per Malagò.
Prima ancora di chiedersi chi possa realizzare questa rivoluzione, però, bisognerebbe capire quanti, dentro il sistema calcio, abbiano davvero intenzione di volerla.
Perché cambiare significa anche mettere in discussione equilibri, rendite di posizione e interessi consolidati. Ed è proprio su questo terreno che la partita diventa più difficile.
La vera sfida è restituire un futuro al calcio
La gente vuole tornare ai Mondiali, magari da protagonista, e vedere i club italiani conquistare le coppe europee.
Ma per farlo serve un governo del calcio efficiente, all’avanguardia e capace di mettere il futuro del movimento davanti agli interessi di parte.
È su questo che andrà misurato il prossimo presidente: sui risultati del calcio italiano, oltre che sui voti raccolti per farsi eleggere.

