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Francesco, il Santo che non si lascia addomesticare

Tra il Santo di cui innamorarsi e il «barbaro di Dio», Benigni e Testori propongono due letture diverse. Una provocazione che interpella anche la politica, oltre le celebrazioni.

Oltre le ricorrenze

Sarebbe bene che la riflessione su san Francesco non si fermasse alla ricorrenza di un qualche anniversario annuale o centenario, ma costituisse un appuntamento ricorrente, in quanto la società in generale e la politica in particolare possono trarre stimolo dalle provocazioni che provengono dalla vita e dall’opera del Santo assisiate, per affrontare questioni e cercarne soluzioni attraverso le mediazioni concrete che sono proprie della politica.

Voglio dire che il messaggio francescano non può costituire di per sé un progetto politico, eppure la politica può trarre da quel messaggio motivi di riflessione e di azione, cui dare traduzione politica più o meno parziale. Il che apporta un qualche miglioramento, piccolo o grande che sia, di cui ci priveremmo se quel messaggio fosse confinato nell’ambito religioso o spirituale, in nome di una politica che pretendesse di essere autosufficiente nella formulazione dei problemi e nella loro risoluzione.

Invece la politica si nutre di questioni che provengono dalla vita e dal pensiero, dai diversi approcci esistenziali e culturali, per proporre impostazioni che, fondate sulla dignità umana e finalizzate al bene comune, permettono di migliorare la convivenza civile.

 

Le voci che interrogano la politica

Per rispondere a questo compito sono tante le voci che la politica deve ascoltare, e le voci dei filosofi e dei poeti possono svolgere un ruolo importante; non meno importante, anzi, potrebbe essere la voce dei santi: canonizzati e no. Che poi, a ben vedere, queste figure sono santificate dopo la loro morte, mentre da vive sono criticate o trascurate o dileggiate, per cui la politica farebbe bene a tenerle presenti sempre.

La storia di san Francesco può esserne un esempio paradigmatico, perché non solo in vita ma anche dopo la morte è stato motivo di inciampo, nonché di contrastanti interpretazioni e valutazioni. Da tutto ciò la politica può essere fecondata.

A proposito delle diverse immagini di san Francesco, Carlo Bo, in un suo scritto del 1981, che abbiamo citato in un precedente articolo su queste stesse colonne, ha posto un problema cruciale quando, di fronte all’ipotesi di fantasia «se tornasse san Francesco», si è chiesto: «Prima di tutto saremmo in grado di riconoscerlo?».

 

Tra verità e leggenda

Il che significa porre il problema di distinguere, nella conoscenza che abbiamo di san Francesco, tra verità e leggenda, tra messaggio e racconto, e l’opzione di Carlo Bo si pone decisamente sul versante della radicalità del Santo. Certamente, sta qui il nucleo essenziale di san Francesco.

Eppure, ritengo che pure l’immagine meno realistica o, in qualche modo, edulcorata non vada trascurata. Per certi aspetti potrebbe costituire un primo approccio al Santo, a condizione che si abbia contezza della parzialità dell’approccio, per cui si ha poi bisogno di andare oltre questo tipo di immagine per incontrare san Francesco anche nella sua crudezza esistenziale.

In ogni caso, pur nelle diverse modalità, la provocazione di Francesco non viene meno: può essere più o meno forte, ma ad essa non ci si deve sottrarre.

 

Benigni e Testori, due sguardi

Due recenti libri mi pare che aiutino a comprendere come questa diversità di approcci vada tenuta presente. Mi riferisco al libro di Roberto Benigni intitolato Francesco. Il Cantico e al libro di Giovanni Testori intitolato San Francesco, il barbaro di Dio, pubblicati in questi giorni rispettivamente da Einaudi e da Il Saggiatore.

Il libro dell’attore Benigni si lega al suo spettacolo per l’odierno centenario della morte di san Francesco, mentre il libro dello scrittore Testori comprende un intervento del 1981, scritto per il centenario della nascita, che fu anche l’occasione dello scritto di Carlo Bo. Ebbene, sono due approcci molto diversi quello di Benigni e quello di Testori.

Il testo di Benigni s’iscrive, rinnovandola, nella tradizione del Santo di cui innamorarsi, per la sua capacità di anticipare i tempi su tante questioni: dell’ambiente, della donna, della pace, del lavoro, dell’economia. «Un uomo che diventa santo senza smettere di essere un uomo. Un uomo che ha sconvolto – sconvolto! – la spiritualità di tutto il mondo fino ad oggi».

 

Il «barbaro» e la radicalità

Il testo di Testori invece punta al «grande, roccioso, umile, assoluto, tronchico, cruciato e inevitabile Santo d’Assisi», mettendone in evidenza la «mancanza di bellezza». Tommaso da Spalato nel 1266 lo aveva descritto così: «Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza».

Per lui la povertà non era la condizione da cui emancipare gli uomini, ma «stato di mancanza» che rende possibile essere riempiti da Dio; l’obbedienza non era sottomissione, ma intima «liberazione». Testori lo definisce «più leone e toro che agnello; o agnello e vittima, in quanto leone e toro».

Quindi, «un realismo senza scampo» è quello di Testori, il quale vuole avvicinare a un uomo che le vesti del «barbaro» ha scelto e indossato ogni giorno.

 

Incontrare Francesco

Dunque, questi due libri sono molto diversi: in antitesi o in alternativa per l’approccio e per lo stile. Tuttavia, proprio per questo danno a pensare, e mi sembra che la loro contemporanea pubblicazione offra un’indicazione importante, che sintetizzerei in questo modo: ciò che conta è incontrare san Francesco, avvertire la sua specificità, a prescindere dal fatto che la si consideri primazia ovvero profezia.

Ciò che conta è incontrarlo e avvertire che il Santo di Assisi trova nella figura di Gesù di Nazaret il suo riferimento esplicativo: Francesco come «alter Christus», e non solo per le stimmate.