Franco Gabrielli merita certamente rispetto. Ha servito lo Stato in incarichi delicatissimi, dalla Protezione civile alla Polizia, ai servizi segreti, conquistando un prestigio che non dovrebbe essere sprecato. Invece la sua intervista sul Corriere della Sera di oggi lascia l’amaro in bocca.
Nella lunga conversazione con Aldo Cazzullo annuncia il suo impegno politico accanto a Ernesto Maria Ruffini. Non chiede incarichi – dice – bensì vuole contribuire alla costruzione di «una nuova idea di Paese». E soprattutto indica l’obiettivo: rendere più largo il centrosinistra. Benissimo. Ma largo verso dove? E, prima ancora, costruito intorno a che cosa?
L’oriundo della politica
Qui emerge forse il limite dell’«oriundo della politica». Che significa? Gabrielli la politica l’ha praticata da giovane, nella Democrazia cristiana, coltivando le speranza suscitate da Zaccagnini. Oggi vi ritorna portandosi dietro il linguaggio dell’uomo di Stato: equilibrio, concretezza, complessità, rifiuto delle semplificazioni.
Sono qualità preziose. Ma la politica domanda anche un’altra cosa: individuare i punti di dissenso e farne oggetto di attento giudizio.
E qui sta il punto. Una coalizione non si allarga semplicemente aggiungendo qualcuno. La si può allargare davvero se la si organizza secondo un disegno più adeguato, se necessario cambiando la logica che la anima; e per cambiarla occorrono critica e autocritica, per usare una formula antica. Occorre dire cosa non ha funzionato (o non funziona) e soprattutto quale indirizzo debba essere corretto. È precisamente questo passaggio che nell’intervista manca.
Il macigno dei Cinque Stelle
Gabrielli gira attorno al problema senza affrontarlo. Arriva persino a vezzeggiare Calenda, dopo aver sostanzialmente ghigliottinato l’ipotesi di un centro autonomo, per rinviare tuttavia alle primarie il compito di ridefinire l’equilibrio complessivo della coalizione. Ma le primarie servono a scegliere una leadership, non possono aggredire e risolvere le contraddizioni politiche.
La questione vera è un’altra: il Pd di Elly Schlein ha costruito in questi anni un rapporto privilegiato, ancorché dialettico, con il Movimento 5 Stelle. È questa scelta che dovrebbe essere sottoposta a verifica da chi, come Gabrielli, sostiene di voler allargare il campo e riportarvi una sana cultura riformista come cemento della governabilità.
Il problema non è Conte come persona. È il peso politico e culturale del populismo, esplicito o strisciante, dentro la coalizione. È la continua rimasticatura di argomenti e parole d’ordine che spesso sembrano incapaci di misurarsi proprio con quella complessità della società italiana alla quale Gabrielli, giustamente, si richiama.
Il centrosinistra diventa così difficilmente digeribile per una parte dell’elettorato che pure non si riconosce nella destra. E la definizione stessa di centrosinistra appare ormai problematica dal momento che in essa convivono e si alimentano tutti gli idola tribus della sinistra vecchia e nuova.
L’Ucraina smaschera la contraddizione
È soprattutto il finale dell’intervista a rendere evidente il problema. Cazzullo domanda dell’Ucraina e Gabrielli risponde, senza esitazioni: è giusto continuare a sostenere Kiev anche militarmente, perché possa difendersi; la pace deve fermare la guerra, non premiare l’aggressione. Parole chiare. Ma Giuseppe Conte sostiene una linea diversa e continua a contestare l’invio di armi alla martoriata Ucraina. Non è una sfumatura bensì una divergenza che investe la sicurezza nazionale ed europea, nonché la credibilità dell’Italia nel panorama internazionale.
E allora la domanda che Gabrielli non pone diventa inevitabile: su che cosa dovrebbe fondarsi l’alleanza?insomma, non basta invocare le primarie e neppure aggiungere Ruffini, Gabrielli o qualche altro riformista alla coalizione lasciandone immutato l’asse politico. Se si vuole davvero allargare il centrosinistra bisogna avere il coraggio di discuterne l’indirizzo.
Gabrielli, che nella vita pubblica ha mostrato più volte rigore e senso dello Stato, questa volta si ferma un passo prima. Vuole correggere il centrosinistra – ma poi è questa la definizione corretta? – senza mettere in discussione ciò che lo rende inaffidabile e quindi inservibile agli occhi di una fetta importante di pubblica opinione .
Per questo la sua intervista, pur ricca di osservazioni condivisibili e di buone intenzioni, finisce per assomigliare a una classica occasione mancata.

