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Giovani e adulti, il dialogo necessario per ricostruire la democrazia

La contestazione giovanile ripropone il problema del rapporto tra generazioni. La lezione di Francesco Paolo Casavola invita a recuperare memoria, speranza e responsabilità attraverso l’ascolto reciproco e un nuovo progetto educativo.

La lezione di Casavola e l’appello del futuro

All’inizio di quest’anno è deceduto all’età di 94 anni il giurista Francesco Paolo Casavola, apprezzato uomo di istituzioni civili ed ecclesiali, e su queste stesse colonne è stato opportunamente ricordato da Francesco Miano, che ne ha privilegiato la lezione politica: di una politica educata, diceva Casavola, e impegnata «per la formazione della coscienza civile in Italia», e capace di rispondere all’appello del futuro come «chiamata a ricordare non meno che a immaginare».

Proprio all’opera intitolata L’appello del futuro e pubblicata nel 1994 vorrei fare riferimento in presenza dell’odierna contestazione giovanile, pacifica o violenta che sia.

Ritengo, infatti, che oltre trent’anni or sono Casavola avesse individuato la sfida con cui misurarsi, vale a dire i rapporti intergenerazionali, che secondo lui si configurano in modo nuovo, in quanto è venuto meno tra padri e figli il tradizionale rapporto di “contrapposizione”, per lasciare il posto a una vera e propria “estraniazione”, nel senso che sembra essersi interrotto il filo della continuità, per quanto conflittuale.

Così i giovani d’oggi appaiono privi o privati della speranza, intesa come capacità di proiettarsi nel futuro attraverso un radicamento nel passato e un impegno nel presente. Dall’assenza di memoria storica consegue un appiattimento sul quotidiano che finisce per svuotare di senso la vita.

Riannodare il filo della memoria

Di fronte a questa situazione – scriveva Casavola negli anni Novanta – s’impone la necessità di determinare un’inversione di tendenza; il che è possibile a due condizioni: cercare una situazione di “umana convivenza” tra giovani e adulti che consenta di recuperare sia il senso della storia sia l’esercizio della memoria, e mettere in condizione i giovani di inserirsi produttivamente nella società, alimentando il senso del futuro e il gusto del progetto.

Pertanto, il problema è, per un verso, riannodare il «filo spezzato della memoria storica» e, per altro verso, «dare ai giovani ragioni per vivere».

Si tratta, insomma, di restituire alla gioventù i due connotati perduti: «la speranza nell’attesa del migliore avvenire, l’energia nella preparazione disciplinata per cimentarsi con i doveri e le responsabilità dell’età adulta».

La protesta come richiesta di ascolto

Né l’una né l’altra hanno trovato concreta traduzione, per cui ora bisogna misurarsi con la protesta in corso. Che fare?

Nessuno ha la ricetta per risolvere il problema, ma averne consapevolezza è già mettersi sulla strada giusta; non meno necessaria è la disponibilità a percorrere tale strada, per cercare soluzioni fattibili.

Ebbene, se la protesta dei giovani fosse letta come richiesta (per quanto sbagliata nei modi) di essere ascoltati, la prima decisione da prendere da parte degli adulti sarebbe quella di prestare attenzione all’ascolto.

Certo, in questo mettersi in ascolto vanno evitati due atteggiamenti: il “paternalismo” da una parte e il “giovanilismo” dall’altra; atteggiamenti che portano adulti e giovani a ritenere che ciascuno abbia ragione e l’altro torto.

Si tratta invece di avviare un confronto su un disagio diversamente avvertito ed espresso.

Il disagio dei giovani è fuori discussione, nel senso che in una certa misura è fisiologico; nel caso poi delle nuove generazioni è accentuato da difficoltà soprattutto economiche, ecologiche e geopolitiche della società postmoderna.

Invece, non scontato è il disagio degli adulti, che pure esiste: non solo per l’accusa loro rivolta di aver portato alla difficile situazione attuale, ma anche perché essi stessi avvertono di non essere capaci di rimediare, per cui, magari, tendono all’arroccamento.

Dunque, è dal disagio così diffuso che occorre prendere le mosse per provare a valutare seriamente e serenamente il movimento del 17 ottobre.

Si renderebbe allora evidente l’esigenza prioritaria di capire come si possa almeno attenuarlo in una prima fase di interlocuzione.

Successivamente si potrà pensare a «un meditato duraturo progetto educativo», che (avvertiva Casavola) «non è trasmettere tradizione, non è impartire parole d’ordine, non è imporre tavole di valori o di precetti, ma imparare gli uni dagli altri e vivere fino alla fine della vita in atto di accoglienza gli uni con gli altri».

Dalla tolleranza all’interazione tra generazioni

A queste condizioni si può forse ipotizzare di ritessere i rapporti intergenerazionali.

Al riguardo potrebbe servire la lezione che viene dal multiculturalismo, che peraltro entra anche nel discorso intergenerazionale, ossia che occorre andare al di là della tolleranza scaduta a indifferenza e dell’identità assunta a supremazia: non si tratta tanto di operare una “assimilazione” o una “integrazione”, quanto di effettuare una “interazione” che permetta alle diversità culturali di conservarsi e di arricchirsi reciprocamente, attraverso un confronto aperto, nemico di ogni monoculturalismo.

Tradotto per i rapporti intergenerazionali, ciò significa puntare su un’interazione tra giovani e adulti tale da produrre uno scambio arricchente di prospettive e di indicazioni per entrambe le parti.

Ne consegue che (per dirla con Casavola) «il primo e maggiore problema è quello dell’educazione», di un’educazione «ispirata a valori e comportamenti di solidarietà umana».

Già la Costituzione italiana, agli articoli 2 e 3, richiama i diritti inviolabili della persona, i doveri inderogabili di solidarietà e il principio di eguaglianza.

Per una democrazia intergenerazionale

Quindi, ciò che dovrebbe costituire la motivazione comune è lavorare (a dirla con Casavola) «per la ricostruzione delle basi della democrazia».

Penso che potrebbe essere questo lo spirito con cui adulti e giovani dovrebbero affrontare l’odierna contestazione.

Ciò richiede (a me pare) un esercizio di umiltà da parte degli adulti non meno che dei giovani, in modo da non ridurre una protesta giustificata a un’insolenza antigovernativa.

Può essere invece l’occasione per aprire insieme e con realismo un’inedita stagione di democrazia intergenerazionale, che meriterebbe attenzione anche dal punto di vista giuridico o addirittura costituzionale, vista la linea di tendenza della composizione anagrafica della popolazione italiana.