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domenica, 8 Febbraio, 2026
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Giovanni Bachelet: le firme, la Cassazione e ciò che si muove sotto la cresta dell’onda

Intervista al presidente del Comitato per il No al referendum sul valore della partecipazione e sul prezzo politico connesso alla fretta del governo. Cosa evoca l’ordinanza della Suprema Corte?

La campagna referendaria entra nel vivo, tra incontri, assemblee e un clima che segnala fermento diffuso. Una recente ordinanza della Cassazione ha riportato al centro il tema delle firme e della sovranità popolare. Ne parliamo con Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No al referendum.

Professore, buongiorno. So che in questi giorni è continuamente in giro, tra manifestazioni e incontri. La campagna sta entrando nel vivo e, parlando con le persone, si avverte che sotto la cresta dellonda qualcosa si muove. Partiamo da qui: che idea si è fatto della decisione della Cassazione?

Sì, qualcosa d’importante si muove. Come nel caso del TAR, attendevo l’esito con rispetto e curiosità. Ma, una volta conosciuta l’ordinanza, credo che il commento più vero non sia tecnico. È arrivato pochi minuti dopo, in forma privata, dalla mia consuocera Laura: “È la prima volta in vita mia – ha detto – che firmo qualcosa che ha successo”.

In questa frase c’è il senso profondo della decisione. La Cassazione ha riconosciuto che le 500mila firme non sono un elemento accessorio o formale, ma un veicolo della sovranità popolare, sullo stesso piano dell’iniziativa parlamentare.

In effetti, l’ordinanza della Suprema Corte sembra parlare direttamente ai cittadini. È come se dicesse che partecipare non è inutile, che firmare conta davvero. È così?

Sì, ed è un messaggio molto importante. Le firme non sono un fastidio da tollerare né un inciampo procedurale. Sono uno strumento costituzionale attraverso cui la sovranità popolare prende parola.

Il segnale che arriva è chiaro: l’impegno civico può produrre effetti reali. In una fase in cui molti avvertono distanza e chiusura da parte delle istituzioni, questo riconoscimento ha un valore politico e democratico forte.

Veniamo allora alla politica. Palazzo Chigi sta pagando un prezzo per la fretta? Per quella corsa avviata dal Parlamento su una riforma che non ha ammesso confronto né emendamenti?

Un primo prezzo è già stato pagato. A metà gennaio, la scelta di fissare la data del voto al 22-23 marzo senza alcuna condivisione con l’opposizione – come invece era sempre accaduto in passato – ha prodotto un effetto immediato: in tre o quattro giorni le firme sono passate da 300mila a mezzo milione.

Il prezzo più significativo, però, lo vedremo il giorno del voto. Perseverare in una logica di forzatura e di prepotenza istituzionale ha sempre un costo politico. E prima o poi, nello scenario della battaglia referendaria, quel costo finirà per emergere.