L’ora della riscossa
Se ne parlerà ancora a lungo, siamo appena all’inizio di una lunga turbolenza. Bande di ragazzini hanno messo a ferro e fuoco Milano e Roma. Altro ancora accadrà perché l’imbecillità non si estingue girando un interruttore. La società si interroga nell’incapacità di dare ascolto alle istanze giovanili. Alcuni di questi ragazzi chiedono un legittimo distinguo, dicendo che vogliono solo far sentire la propria voce e che non devono essere confusi con i violenti infiltrati che ne hanno rovinato l’immagine complessiva della protesta.
Non si è trattato di uno scontro di ragazzi romanticamente descritti nei protagonisti dei Ragazzi della via Pál, ma di una messa a soqquadro delle zone d’élite delle città. C’è chi dice che occorre provvedere all’insufficiente integrazione degli italiani di seconda e terza generazione, figli di immigrati ora con nazionalità italiana e che pure di questa Italia non ne vogliono sapere. C’è chi auspica misure drastiche di repressione, chi parla di un vuoto esistenziale delle nuove generazioni e chi non sa che pesci pigliare: se ipotizzare una comprensione dei fatti o una condanna netta senza appelli.
In Francia hanno disposto provvedimenti di coprifuoco per arginare il sacro fuoco di una gioventù ribelle a un sistema che non li accontenta.
Il web entra nel mondo reale senza conoscerne il vocabolario
Si ha l’impressione che la questione non sia riducibile soltanto allo sgomento per una mancanza di ideologie che ha acceso la sommossa di questi ragazzini in omaggio a una violenza per la violenza. Soprattutto per i più giovani tra loro, sfasciare e rubare tutto è la sola idea che sembra abbiano in testa: ci prendiamo quel che ci piace e altro non ce n’è. Potenzialmente i diciottenni sarebbero già dei vecchi da cui guardarsi. Altre idee sembra non riescano a infestare le menti di questi giovani ammaestrati solo dal web più che da studi utili alla loro formazione.
La fatica, qualcosa oltre il fato
Si legge che la prima traccia di teppisti possa essere riconducibile alla Compagnia della Tèpa di Milano del 1816–1817, dove gruppi di giovani si riunivano vicino ai campi erbosi per dare vita a risse di ogni genere. La “tepa” era il muschio o un terreno rado e sassoso. Forse non sarebbe male assegnare a questi imberbi virgulti qualche lavoro socialmente utile, zappare campi da bonificare o coltivare, così che possano far bella la terra, gli spazi e la città che orgogliosamente reclamano a disposizione. Sullo sporco nulla è possibile edificare e la bellezza costa, piaccia o no, sacrificio. Sarebbe questa la prima lezione da apprendere per un miglior loro futuro. Ciò che è minore ha a che fare con “parvus”, piccolo, ma ciò non lo esime dall’ascoltare la propria coscienza e dal rispetto delle regole.
La realtà costa cara
Questi ragazzi credono di aver messo nel sacco non solo il bottino depredato nei negozi di lusso della città, ma l’ordine pubblico prestabilito. Non sanno, semmai gli interessasse, che hanno saccheggiato la loro capacità di saper leggere i fatti per come talvolta la storia costringe a fare, malgrado sia composta di parole amare. Gli si dovrebbe spiegare che non è la società a non capire loro, ma sono piuttosto loro a non capire la società o che perlomeno lo sforzo deve essere reciproco e vicendevole.
Occorre talvolta prendere consapevolezza della dura realtà del momento. Ci sono momenti in cui la coperta è corta, girano pochi soldi per riqualificare le periferie, per le grandi e minime opere e quant’altro di utile al Paese; le guerre in corso impegnano le poche risorse a disposizione e via così continuando. La politica ha la sua responsabilità ma non può essere il parafulmine per ogni motivo di malumore.
Ogni potere, pur di conservarsi, vorrebbe dare tutto a tutti ma questo appartiene al mondo dei sogni. Questi ragazzi, almeno quelli buoni che non devastano, dovrebbero prendere confidenza con i tempi di crisi che non consentono se non la sopravvivenza e appena qualcosa di più. Non è la forza a cambiare lo stato dei fatti perché c’è sempre qualcuno più forte di te.
La sola via d’uscita è sudare duramente, imparare un mestiere, studiare per apprendere e dare una mano a questa società che già fa fatica a respirare. Dovrebbero imparare che, se hanno tanta forza in corpo, sta a loro cominciare a spingere il pesante carro del futuro del loro Paese. Potrebbero essere loro gli “integratori” necessari per un mondo migliore, almeno dalle nostre parti. Disintegrare il sistema non li aiuterà per il prosieguo; converrà assai più che resti integro, non toccato da distruzioni fine a se stesse.
Un sentimento da recuperare, il solo che conti
Infine un’ultima raccomandazione che resterà inascoltata. Da pochi giorni sono passati 48 anni dall’elezione a Papa del grande Karol Wojtyła. Non infiniti anni fa, due milioni di giovani si sono ritrovati con lui a Tor Vergata parlando di amore per il prossimo, con veglie e canti che hanno ristorato persino i sassi e la steppa dove erano accampati. Non sarebbe male se sul web andassero a rivedere le immagini, i suoni, il clima e le emozioni di quel raduno e ne prendessero spunto.

