In Italia 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta, tra cui 1 milione e 136mila minori. Lo certifica l’Istat nei dati sul 2025 pubblicati il 15 ottobre: il fenomeno è sostanzialmente stabile, ma coinvolge il 9,3% dei residenti. Anche avere un lavoro non sempre protegge: la povertà riguarda il 14,3% delle famiglie la cui persona di riferimento è operaio o assimilato. La stabilità statistica non può diventare rassegnazione politica.
Disagio e incertezza
Al disagio si aggiunge l’incertezza. Secondo il 59° Rapporto Censis, il 78,5% degli italiani teme servizi sanitari e assistenziali inadeguati qualora diventasse non autosufficiente. È una percezione, non la misura di un disservizio; segnala però una domanda di protezione. Nel 2024, secondo l’Istat, il 9,9% delle persone ha rinunciato a prestazioni sanitarie.
Più Stato o meno Stato? La contrapposizione serve a poco se una visita arriva troppo tardi, una famiglia non accede al sostegno previsto o un servizio esiste solo sulla carta. Lo Stato va giudicato dal tempo che intercorre tra un diritto riconosciuto e un diritto esercitato. E questo tempo non dovrebbe dipendere dal luogo di residenza.
Autonomia e garanzie comuni
Qui entra in gioco l’autonomia differenziata. Il 13 ottobre il Governo ha approvato gli schemi definitivi delle intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, insieme a quattro disegni di legge da sottoporre al Parlamento. Non si tratta di trasferire integralmente sanità o scuola: le nuove competenze riguardano protezione civile, professioni, previdenza integrativa e, in sanità, specifiche leve finanziarie e organizzative.
Il Governo afferma che restano invariati il finanziamento del Servizio sanitario nazionale e i criteri di riparto, con rispetto dei livelli essenziali di assistenza e verifiche periodiche. La prossimità delle decisioni può migliorare i servizi. Ma il punto è un altro: se tariffe aggiuntive, personale e investimenti possono dipendere anche dalle risorse proprie delle Regioni, che cosa accade dove tali risorse sono minori?
In un’audizione parlamentare del giugno 2026, la SVIMEZ ha segnalato il rischio che queste differenze alimentino concorrenza per i professionisti sanitari e nuovi divari nell’accesso alle cure. È un rischio prospettico, non un effetto già accertato. Eppure merita una valutazione preventiva che consideri anche le Regioni non firmatarie.
Un Paese già diseguale
I divari esistono già: secondo l’Istat, nel 2025 era in povertà assoluta il 9,6% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 6,3% del Centro; per i minori si arriva al 15,2% nel Mezzogiorno. Sono dati anteriori all’attuazione delle nuove intese: non dimostrano che la riforma produca povertà. Mostrano, però, quanto sia delicato modificare le regole in un Paese già diseguale.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha ricordato che l’autonomia va riferita a funzioni specifiche e motivata con analisi rigorose, nel rispetto di solidarietà, livelli essenziali e perequazione. La domanda per il Parlamento non è soltanto quali competenze attribuire, ma come misurare benefici, costi ed effetti su tutti i cittadini.
Misurare i risultati e correggere i divari
Servono indicatori pubblici sui tempi di attesa, sulle rinunce alle cure, sulla disponibilità di personale, sulla continuità dell’assistenza e sulle differenze territoriali. Serve conoscere in anticipo quali correttivi intervengano quando gli standard non sono garantiti. Comuni, servizi e Terzo settore possono rendere più vicina la protezione, senza sostituire le responsabilità pubbliche.
Uno Stato migliore non moltiplica le promesse: rende i diritti accessibili, documenta i risultati e corregge ciò che non funziona. Perché un diritto che cambia valore attraversando un confine regionale non è ancora un diritto pienamente esigibile.

