Home GiornaleGiù il cappello. I giovani non erano e non sono contorno

Giù il cappello. I giovani non erano e non sono contorno

Una partecipazione consapevole rompe la narrazione degli adulti: i giovani entrano da protagonisti nel processo democratico e chiedono spazio reale, non simbolico, per incidere sul futuro del Paese.

Non chiamateli numeri

Il No ha prevalso, e già questo basterebbe a dire che il Paese, almeno questa volta, non ha ingoiato tutto in silenzio. Ma il punto non è fermarsi alla meccanica del risultato, al pallottoliere dei commentatori, alla liturgia delle percentuali sgranate con aria sapiente da chi riduce ogni sommovimento civile a una tabella ben confezionata. Sarebbe il solito errore degli adulti: prendere un fatto vivo e trasformarlo in un dato morto.
No, qui c’è qualcosa di più. C’è un flusso consistente di giovani che si è recato alle urne e ha detto no. E sarebbe davvero un abbaglio, l’ennesimo, rinchiudere questo passaggio in una categoria sociologica pigra o nell’inventario dei numeri da talk show. Perché i ragazzi, questa volta, non sono stati una decorazione statistica. Hanno mostrato di voler entrare nella scena, di voler pesare, di voler interrompere il vecchio rito in cui si chiede loro soltanto di essere presenti, mai di avere voce.

Da dove ripartiamo?

La questione vera, allora, è un’altra: come raccontiamo ciò che è accaduto a una generazione che troppo spesso viene chiamata solo a giochi fatti? E soprattutto, da dove ripartiamo con essa, non al suo posto né sopra la sua testa? È questo il punto più difficile. Perché spiegare un esito referendario non significa fare la conta dei vincitori e degli sconfitti; significa piuttosto aiutare una generazione a comprendere che la partecipazione non è una comparsa e che la democrazia, se vuole sottrarsi alla propria caricatura, deve rimettere al centro le sue energie più vive.

Non per vezzo, non per concessione, non per quella indulgenza paternalistica con cui troppo spesso si concede spazio ai ragazzi purché non disturbino troppo. 

Quale coinvolgimento?

Ma per una ragione ben più seria: perché, se non decidono, se non propongono, se non costruiscono, il coinvolgimento resta un teatrino allestito dagli adulti per fingere di ascoltare ciò che in realtà non vogliono sentire. Allora bisogna forse fare il contrario di quanto si è fatto finora. Non ricondurli al pianterreno delle nostre consuetudini esauste, ma innalzarci noi all’altezza delle loro prospettive. Creare luoghi in cui siano loro, anche in forme pienamente autogestite, a dire che cosa chiedono, che cosa immaginano, che cosa intendono proporre. Comitati, esperienze civiche, spazi reali di iniziativa, a partire perfino dalle cose più minute. Perché è proprio lì, nei dettagli minimi, che si misura se una democrazia prende sul serio i giovani oppure li usa come semplice fondale umano.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

Alla presidente del Consiglio, che ha parlato di un’occasione persa, verrebbe da dire che forse l’occasione persa è un’altra: quella di uscire finalmente dal repertorio delle dichiarazioni prefabbricate, dalla corazza del tono muscolare, da quell’inclinazione perennemente agonistica che scambia il dissenso per fastidio e il confronto per intralcio. Ogni volta la stessa recita: si perde, ma si finge di aver visto più lontano degli altri; si viene smentiti, ma si continua a parlare come se nulla fosse.

Non esiste alcun plotone di esecuzione

E a Bartolozzi bisognerebbe ricordare – anche dopo le sue dimissioni –  che i tempi esigono, che non esiste alcun plotone di esecuzione. E che proprio quei giovani troppo spesso descritti come immersi nel virtuale, intrappolati tra baby gang, linguaggi esasperati e musica trap, hanno mostrato in questa occasione una maturità civile ben più sobria di certa classe dirigente. Hanno spiegato, con il gesto semplice e serissimo del voto, che non c’è alcuna voglia di distruggere, ma piuttosto il desiderio di partecipare davvero alla vita di questo nostro splendido Paese.

Perciò giù bandiere, e basta anche con quella maniera insopportabile di chiamarli con formule diminutive o sprezzanti, come se fossero eterni apprendisti della cittadinanza. Togliamoci il berretto, piuttosto. Perché lo abbiamo capito: difficilmente se lo lasciano mettere. Ed è una buona notizia.

Il rifiuto di essere solo spettatori

La partita, in fondo, è tutta qui. Non nell’esito in sé, ma in ciò che consegna. Dice che una parte giovane del Paese non vuole essere ridotta a spettatrice. Dice che la partecipazione, quando è vera, non chiede permesso. Dice che i giovani non aspettano l’ennesima predica sulla responsabilità: chiedono, semmai, di essere riconosciuti come interlocutori pieni, come soggetti politici, come coscienze capaci di visione.

Ora la domanda è se gli adulti sapranno mostrarsi all’altezza della lezione ricevuta. Perché una generazione, almeno stavolta, il proprio compito lo ha svolto. Hanno parlato senza chiedere il microfono in prestito. Hanno preso posizione senza farsi addomesticare. Hanno ricordato a tutti che la democrazia respira solo quando qualcuno la abita davvero.

Il No non è solo una bocciatura

Ecco perché il No non va letto soltanto come una bocciatura. Va ascoltato come un richiamo. Meno paternalismo, meno pose, meno parole di maniera. Più fiducia, più spazio, più coraggio nel lasciare che siano loro a indicare la strada.

Il resto è il brusio degli adulti che non hanno ancora capito di essere stati, per una volta, guardati dall’alto.