Guerra e pace non sono due sostantivi che abbiano facili sinonimi. Nella loro alternativa radicale si comprendono subito, senza bisogno di girarci attorno.
Lo stiamo verificando ai nostri giorni, con le paure sopraggiunte su un futuro che ignoriamo. Non rappresentano soltanto il titolo di un libro o di un film. E non sono neppure assimilabili a una scelta referendaria binaria, da risolvere con un secco Sì o con un secco No.
Guerra e pace: un’alternativa radicale
Si tratta piuttosto di un binomio che tocca le fondamenta del nostro vivere civile: da una parte una scelta religiosa e democratica di convivenza etica e fraterna; dall’altra una scelta pagana, laica e autoritaria di distruzione generale, di morti e genocidi.
È una divaricazione tra bene e male, tra amico e nemico, tanto propagandata e cara al nazismo. Due valori di fondo che sostengono la nostra convivenza umana e democratica e che non hanno nulla da spartire con accordi, mediazioni, negoziati o diplomazia.
Perché fanno storia a sé, non potendosi confondere né mescolare. In quanto l’una — la pace — è sempre prioritaria rispetto alla guerra.
Le contraddizioni di un appunto personale
Mi devo allora scusare se in questo appunto si noteranno apparenti — ma volute — contraddizioni. Esse esprimono, tra le altre cose, soltanto opinioni e pareri personali.
Quanto segue non intende minimamente interferire con le scelte di chi si recherà alle urne per votare al prossimo referendum sulla giustizia.
Devo però anticipare che, nell’ottica del superamento post-ideologico della destra e della sinistra — quelle che abbiamo conosciuto nella storia e che molti studiosi considerano ormai superate — i due termini sono oggi stati traslati verso un altro terreno: quello dell’uso e del ricorso alla guerra.
Da una parte una autocrazia psicotica di dominio nazionale e di espansione capitalistica palazzinara e illiberale; dall’altra una paranoica espansione territoriale che rimpiange il vecchio impero zarista.
Delle due posizioni storiche rimangono ormai soltanto minoranze settarie e nostalgiche, quasi da curva sud. Minoranza recentemente “paracadutata” dentro un partito nazionalista e antieuropeo nelle mani di un ex generale, folgorato dall’ambizione di progettare un futuro nazionale solitario e isolato dall’Europa.
Bipolarismo, tripolarismo e la fine della Dc
Devo dire che ho maturato da tempo l’idea dell’efficacia — nonché dell’utilità — di un sano e democratico bipolarismo politico. Due sole scelte alternative, pur plurali al loro interno: partito A oppure partito B.
Questo convincimento è maturato dopo la caduta del muro di Berlino, dopo la scomparsa o la rifondazione di partiti storici italiani come il PCI e il MSI e dopo il ritiro dalla scena politica della Democrazia Cristiana, decisiva forza centrista della democrazia italiana nel lungo dopoguerra.
Nonostante questa convinzione, non ho mai disdegnato l’idea di una terza area politica di centro: un altrettanto sano tripolarismo, con una struttura di valori ben distinti.
Un centro che però allontanasse lo spezzettamento frammentato e confusionario di un falso pluralismo — centrista e non solo centrista — oggi spesso personalizzato e depositato sulla faccia e sul nome del leader di turno, più che su idee, principi e programmi. Oppure sui corpi intermedi, sugli spazi civici e locali, nell’ottica di una autentica sussidiarietà.
Il disagio davanti al referendum
Detto questo, proprio per tali ragioni non mi era mai successo, prima d’ora, di trovarmi in imbarazzo davanti a una scelta bipolare come quella referendaria, che impone un Sì o un No netti.
Nel prossimo referendum sulla giustizia mi accade invece qualcosa di inatteso: mi ritrovo d’accordo sia con chi voterà Sì sia con chi voterà No. Il disagio è rafforzato dal fatto che molti miei amici, stimati e competenti, di onesta formazione democratica e sociale, si sono divisi tra le due posizioni.
Eppure, nonostante la mia preferenza per il bipolarismo — o eventualmente per un chiaro tripolarismo — non vedo tra il Sì e il No alternative radicali che si autoescludano. Vedo piuttosto buone ragioni da entrambe le parti.
Il voto ridotto a un bit
Poiché votiamo con un semplice e banale bit — 0 o 1 — la struttura fondamentale del sistema digitale che domina ormai il nostro mondo, algoritmi e intelligenza artificiale compresi, mi sono trovato a riflettere su quanto questo meccanismo sia lontano dal mio antico rispetto per i sistemi analogici.
Quelli del ragionamento e della complessità. Quelli del non detto, delle sfumature, delle particolarità. Il sistema digitale riduce e semplifica i problemi, i dubbi, le variabili nascoste. Ti dà l’impressione di sapere e di poter scegliere con un semplice bit.
Ma spesso si ignorano perfino gli articoli della Costituzione che il referendum richiama nella scheda elettorale del Sì e del No.
La tentazione dell’astensione
Per queste ragioni mi trovo quasi a giustificare il non voto. Accanto a quei pochi che voteranno non tanto sul merito della riforma quanto per ragioni politiche: a favore o contro la Meloni, oppure a favore o contro la magistratura.
Il voto su questo complesso referendum — che riguarda la revisione di ben sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) — si riduce infatti alla semplice domanda se si approva o non si approva la legge di revisione costituzionale.
Un Sì o un No.
Il rischio è che diventi soltanto un voto politico.
