Un accordo che viene da lontano
L’accordo sulla Groenlandia da poco sottoscritto da Stati Uniti e Danimarca elimina – o, quantomeno, si spera elimini – uno dei problemi posti da Donald Trump sul tavolo delle relazioni internazionali. Con la usuale modestia il tycoon lo ha presentato come un “fantastic deal” che solo lui poteva immaginare e concludere.
In realtà il nuovo trattato riprende quello già esistente, il Defense Agreement del 1951, col quale Copenhagen dava a Washington l’autorizzazione per realizzare basi operative integrate col sistema NATO di difesa dell’Occidente dalle possibili azioni ostili dell’URSS, attuate potenzialmente tramite il lancio di missili balistici che avrebbero potuto colpire gli Stati Uniti solcando i cieli proprio della grande “isola di ghiaccio”.
Col tempo, però, sono stati gli stessi USA a diminuirne l’importanza, venute meno la Guerra Fredda e l’Unione Sovietica: al punto da aver mantenuto operativa la sola Defense Area di Thule, nella parte settentrionale della Groenlandia, ridenominata Pituffik Space Base nel 2023.
La sovranità danese e il ruolo della NATO
Ora il nuovo accordo – firmato a latere della recente Assemblea delle Nazioni Unite, e questo ha un suo significato simbolico ed è un punto a favore della Danimarca e della stessa Unione Europea – assicura al Regno di Danimarca il controllo del territorio groenlandese, autorizzando al contempo i Paesi NATO a insediare nuove basi qualora venisse ritenuto necessario.
Come si vede, un impegno che privilegia l’Alleanza Atlantica rispetto al semplice rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, anche se poi è ovvio che eventuali nuove basi saranno loro a installarle.
Ora, però, non si deve neppure eccedere nella sottovalutazione del risultato conseguito da Trump, paradossalmente oscurato dalla sua usuale ed eccessiva, e dunque tronfia, rivendicazione di un successo ineguagliabile e mai conseguito prima da alcun suo predecessore. Uno schema che si ripete per qualsiasi evento e che ormai non convince più nessuno, inclusi molti dei suoi sostenitori.
Perché, in realtà, il presidente tre risultati li ha conseguiti e non devono essere sottovalutati.
I tre risultati di Trump
Il primo è che – al di là della ribadita e giusta appartenenza alla Danimarca – dal punto di vista geografico-militare viene confermato un punto tipico della Dottrina Monroe, che Trump ha fatto sua: ovvero l’interesse totale ed esclusivo per gli USA dell’intera piattaforma continentale americana della quale, all’estremo settentrione, l’isola verde è parte.
Il secondo è la possibilità ottenuta di avviare altre due nuove Defense Areas, a Narsarsuaq, nel sud dell’isola, e a Mestersvig, sulla costa nord-orientale, ed eventualmente altre ove ritenuto necessario.
Il terzo, conseguente al primo ma posto in dubbio dal possibile utilizzo delle nuove rotte artiche rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci e prontamente utilizzate dalla Cina – che si definisce “nazione quasi artica”, con evidente sprezzo della geografia – consiste nell’esclusività concessa alla NATO per il possibile utilizzo del territorio a fini difensivi.
L’Artico, nuova frontiera della competizione globale
L’art. 9 del trattato esplicita infatti il divieto per qualsiasi Stato esterno alla NATO di costruire sul territorio groenlandese installazioni militari o di mantenere una presenza militare permanente.
E poiché l’Artico promette di divenire una nuova area di contesa fra russi, cinesi, americani ed europei, occorre riconoscere che si tratta di un risultato affatto secondario, per di più privo di una data di scadenza.
Anche se ridimensionato dalle solite, roboanti e fastidiose esternazioni del bullo di Washington.

