Home GiornaleLeone XIV e la politica: non strumentalizzare o scegliere a piacere

Leone XIV e la politica: non strumentalizzare o scegliere a piacere

Le parole del Pontefice chiedono ascolto e mediazione politica: adesioni superficiali, usi strumentali e consensi selettivi tradiscono tanto la specificità della politica quanto il significato del messaggio religioso.

Quando il Papa parla, diversi sono gli atteggiamenti che si possono individuare nell’uditorio; ne voglio segnalare alcuni nell’ambito dei politici. Non prendo in considerazione chi vorrebbe che il Papa non parlasse pubblicamente di questioni sociali ovvero, se ne parla, non dovrebbe essere tenuto in considerazione politicamente. Per fortuna non sono molti coloro che appartengono a questa schiera, la cui posizione è di un laicismo che si qualifica da sé, perché priva la politica del confronto con la religione, che è pur sempre elemento della convivenza umana.

Invece, tra coloro che ritengono legittimo che il Papa parli pubblicamente anche di questioni sociali, possiamo individuare tre posizioni, che appaiono emblematiche specialmente in tema di pace.

Anzitutto quella dei politici che considerano valide le indicazioni del Papa e le fanno proprie, additando nel Papa la voce che occorre seguire. Possiamo definire “superficiale” questa posizione, in quanto, per dare ragione al Papa, fa un torto alla politica. Infatti, se è bene che la politica presti ascolto al Papa — come peraltro agli intellettuali, agli scienziati, agli artisti — è pure necessario che operi la necessaria traduzione pratica delle varie affermazioni; il che richiede la mediazione della politica, e la politica deve procedere iuxta propria principia.

Pertanto si possono tenere presenti le parole del Papa, ma attraverso la mediazione politica, sulla base della quale si può essere d’accordo o in disaccordo con la posizione pontificia. D’altronde, il Papa non è un politico e quindi non tiene conto di una categoria tipicamente politica: il realismo, che può essere eccessivo e quindi negativo, ovvero può essere saggio ed è allora positivo. Anche recentemente Leone XIV ha messo in guardia dal “realismo cinico” e dal “pacifismo ingenuo”.

Un’altra posizione è quella dei politici che ascoltano il Papa e ne condividono la posizione, ma solo per interesse di parte. Possiamo definire “strumentale” questa impostazione, perché si serve delle parole del Papa, operandone un uso politico come strumentalizzazione partitica o pragmatica, ispirata in maniera esplicita o, più spesso, implicita all’idea di religione come instrumentum regni.

In questo caso, l’ascolto e la condivisione non hanno una configurazione politicamente corretta, ma solo ideologica: manifestamente “religiosa”, ma nella sostanza profondamente irreligiosa, e per questo anche impolitica, in quanto offende la religione, con la quale invece la politica può e deve interloquire, ovviamente ciascuna iuxta propria principia. Anche recentemente Leone XIV lo ha ribadito, richiamandosi alla Dottrina sociale della Chiesa.

Una terza posizione è quella dei politici che stabiliscono loro che cosa è valido e che cosa non lo è delle parole del Papa. Possiamo definire “selettiva” questa impostazione: in certi casi considerano il Papa un punto di riferimento assoluto, mentre lo rifiutano altrettanto assolutamente per certe altre posizioni che essi non condividono, dimenticando che, per esempio, il “sì” alla pace e il “no” all’aborto o all’eutanasia rispondono per il Papa alla stessa logica.

Così giungono a dire “viva il Papa” per certe idee e, nello stesso tempo, “abbasso il Papa” per certe altre, dando luogo, per così dire, a un papismo à la carte. Insomma, grande autorità si riconosce al Papa se va d’accordo con loro, nessuna autorità quando è con loro in disaccordo; anzi, in tal caso lo si accusa di arretratezza. Anche recentemente Leone XIV ha mostrato di tenere ferme posizioni che non sono contraddittorie, ma solo coerenti.

A ben vedere, tutte e tre le posizioni indicate — superficiale, strumentale e selettiva — mi sembrano far torto alla politica, in quanto non ne rispettano la specificità, cioè mi paiono discutibili dal punto di vista epistemologico. Questo richiederebbe che l’ascolto del Papa non fosse ingenuo, opportunista od occasionale.

Primo: le parole del Papa non possono essere condivise attribuendo ad esse un’immediata valenza politica; l’acquisteranno se ne viene operata la necessaria mediazione politica, che può portare a essere d’accordo o in disaccordo.

Secondo: le parole del Papa non possono essere condivise solo apparentemente, mentre realmente se ne fa un uso strumentale. In tal caso ciò che interessa non è la validità delle parole del Papa, ma solo la loro utilizzabilità per fini che non sono quelli del Papa.

Terzo: le parole del Papa non possono essere condivise estrapolandole dal loro contesto, per cui alcune sono accettate, mentre altre no, dimenticando che il Papa è mosso da un’unica ispirazione, per cui le sue posizioni si tengono insieme, e che in ogni caso quella pontificia non è una posizione propriamente politica. La sua messa a terra non dipende dal Papa, bensì dai politici.

In breve: si può dire che la voce del Papa non è di per sé politica, ma diventa politica attraverso la ricezione che ne fanno i politici. Il loro accoglimento o il loro rifiuto sarà corretto se non è frutto di semplificazione, strumentalizzazione o selezione, ma risponde alla logica della politica, all’etica della politica e all’epistemologia della politica.

Ciò significa concretamente una politica che non trascura quella categoria che le è peculiare, cioè il realismo, ma lo fa nel rispetto della persona umana e del bene comune. Con questa connotazione la politica può proficuamente entrare in dialogo con le altre forme della teoresi e della prassi e con la stessa religione, in nome di una laicità che è prerogativa di tutti i cittadini.