Home GiornaleGuerra in Iran. Si fatica a vedere una via d’uscita

Guerra in Iran. Si fatica a vedere una via d’uscita

Senza una strategia condivisa tra i protagonisti del conflitto, il rischio è quello di una escalation regionale capace di travolgere equilibri politici, energetici ed economici globali.

Questa guerra che covava da anni ora che è esplosa rischia di divenire il preludio di una esplosione regionale che terremoterà l’intera economia mondiale. E non solo l’economia. Bisogna allora assolutamente chiuderla, al più presto. Ma il problema è che i suoi attori non vogliono (Israele) o non sanno (USA e Iran) come concluderla senza correre il rischio di essere dichiarati perdenti dal nemico.

Il calcolo politico di Israele e limprevedibilità americana

L’oltranzista maggioranza che governa lo stato ebraico ha colto l’occasione che attendeva da anni per abbattere il mortale nemico iraniano. Percepitolo indebolito e reso vulnerabile della campagna mirata condotta ai danni suoi e dei suoi proxy siti a Gaza e nel Libano con l’operazione distruttiva decisa per rispondere al pogrom dal 7 ottobre, Netanyahu dopo non essere riuscito a convincere Biden ha poi avuto facile gioco con Trump, un presidente in pieno delirio di onnipotenza incapace di valutare gli scenari, indisponibile a studiare i dossier e solo uso a minacciare, alleati e avversari.

Lerrore di sottovalutare lIran

Forti della propria indiscutibile potenza militare Israele e Stati Uniti hanno sottovalutato il regime degli ayatollah e soprattutto la forza intrinseca della Repubblica Islamica. Uno Stato con 90 milioni di cittadini, ben strutturato, di vaste dimensioni, con un territorio montagnoso difficile da scrutare anche dall’alto e soprattutto – sottovalutazione imperdonabile – detentore di un plus geografico potentissimo: lo Stretto di Hormuz, collo di bottiglia fra i più decisivi al mondo. Una evidenza, quest’ultima, che tutti gli osservatori hanno ben presente da sempre e che gli stessi iraniani hanno sempre apertamente dichiarato essere una leva che in caso di necessità avrebbero adoperato.

La resilienza del regime

Anche la criminale determinazione con la quale il regime ha soffocato (e soffoca) nel sangue le periodiche proteste popolari è stata sottostimata, immaginando una sollevazione impossibile se non supportata da una rottura del sistema di potere che governa, opprimendolo, il Paese.

E infatti nonostante gli omicidi mirati, a cominciare da quello della Guida Suprema, la teocrazia ha resistito, probabilmente acuendo la forza dell’ala più estrema del potere, quella dei Guardiani della Rivoluzione, a scapito di quella clericale e di quella più moderata rappresentata dall’ulteriormente indebolito presidente Pezeshkian. Il regime è senz’altro infiacchito nelle sue strutture materiali, dopo tanti missili caduti sulle sue città. Ma rafforzato nella sua ferrea presa sul Paese e dalla intima convinzione che una propria caduta significherebbe la fine dell’influenza sciita in tutta la regione mediorientale.

Il fattore Hormuz e la mossa iraniana

Un “istinto di sopravvivenza”, come lo definisce l’intellettuale marocchino Taher Ben Jelloun, che motiva la resistenza, alimenta la più feroce determinazione, favorisce la lucidità delle azioni decise. Attaccare sistematicamente e chirurgicamente gli stati sunniti del Golfo era un’opzione alla quale gli strateghi israeliani probabilmente non avevano pensato. E invece questa è la mossa che al momento – unita alla gestione di Hormuz – sta consentendo a Teheran di sostenere che la guerra la sta vincendo.

 

Il dilemma americano e lassenza di una via duscita

Non è così. Ma è certo che le difficoltà degli alleati arabi, unite a quelle derivanti dalla crisi petrolifera e del gas così innescata, sta ponendo gli USA nella non facile condizione di dover decidere fra un’intensificazione drammatica del conflitto con un intervento di terra che li trascinerebbe in un gorgo infernale e una via d’uscita che sarebbe ben arduo, allo stato, vendere come una vittoria. Che l’Iran, al contrario, dichiarerebbe sua e che Israele tale confermerebbe – paradossalmente – provando a proseguire, da solo, un attacco che però, privo dell’indispensabile supporto americano, a un certo punto inevitabilmente sarebbe costretto a concludere. Ecco perché una via d’uscita continua a non vedersi.