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lunedì, 23 Febbraio, 2026
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I cattolici democratici non sono estremisti

Nel pluralismo storico del cattolicesimo politico italiano convivono sensibilità diverse, ma una costante resta evidente: riformismo, responsabilità e misura non si contaminano con radicalismo ideologico né con massimalismi identitari.

Un pluralismo che viene da lontano

Nella galassia del cattolicesimo politico italiano, e da sempre, ci sono molte sfumature e molte sensibilità: politiche, culturali, sociali e anche etiche. È appena sufficiente ricordare il mosaico delle correnti democristiane per rendersene conto. Dalla sinistra sociale di Donat-Cattin e Marini alla sinistra politica di De Mita, Galloni e Marcora; dai cattolici integralisti e moralisti come Scalfaro ai moderati della galassia dorotea; dai riformisti di Fanfani alla cultura illuminata di Moro ai grandi tessitori dell’arte del governo come Andreotti.

Le sfumature e le sensibilità, come tutti sanno, sono molteplici e variegate e si sono trascinate, come ovvio, sino alla stagione contemporanea.

Radicalità non è estremismo

Comunque sia, e al di là del rapido cambiamento dello scenario politico italiano e delle stesse dinamiche dell’area cattolica, un fatto è certo: il radicalismo, il massimalismo e l’estremismo non fanno parte del codice genetico del cattolicesimo politico italiano.

Certo, la radicalità del progetto politico da un lato e l’intransigenza morale ed etica nel difendere le proprie convinzioni dall’altro non sono mai mancate nelle varie fasi politiche. Basti pensare, per fare un solo esempio storico, alle posizioni di Donat-Cattin in materia economica e sociale, a quelle di De Mita sul versante istituzionale o a Fanfani sulle riforme sociali e di sistema per averne contezza.

Ma questi comportamenti del passato, frutto di una precisa cultura politica e sensibilità religiosa ed etica, non possono essere confusi con l’estremismo radicale, ideologico e massimalista di settori ben precisi dell’attuale galassia della sinistra italiana.

Una confusione che sorprende

Stupisce, al riguardo, che l’amica Rosy Bindi, storica e qualificata esponente del cattolicesimo democratico italiano, parli e sostenga oggi tesi alla stregua di un Fratoianni, di un Bonelli o di una Salis — parlo della Salis dei centri sociali — senza rendersi conto che la tradizione ideale, storica, politica, culturale ed etica del cattolicesimo sociale, popolare e democratico ha poco da spartire con l’estremismo ideologico e massimalista di questa specifica sinistra. Come, specularmente, della destra.

Ritrovare una presenza autonoma

Ora, e alla luce di questa concreta e tangibile situazione, sarebbe opportuno, nonché necessario, che le vere ragioni del cattolicesimo politico italiano iniziassero a farsi largo nelle dinamiche concrete dell’attuale cittadella politica. Senza essere accecati dall’odio nei confronti del nemico giurato di turno e senza confondersi con i vari estremismi che contribuiscono solo ad indebolire e a rendere del tutto ininfluente la nostra specificità culturale e la nostra originalità politica.

Ecco perché, nel momento in cui è drammaticamente richiesta una rinnovata presenza politica riconducibile alle ragioni e alla cultura del cattolicesimo politico italiano, non possiamo, per ragioni di mera bottega o di semplice propaganda, rinunciare pregiudizialmente a quella specificità. Ne va della nostra coerenza e, soprattutto, della stessa fedeltà storica alla nostra cultura, alla nostra tradizione e al nostro cammino secolare.