Una domanda scomoda e necessaria
Il tema “I cattolici e la politica vista da Papa Leone XIV” non è una formula tra le altre. È, piuttosto, una domanda scomoda e bellissima: come guardare oggi alla politica con gli occhi del Vangelo, lasciandoci provocare dal magistero del nuovo Papa?
Non viviamo in un laboratorio sterile, ma dentro una società fluida e spesso confusa, segnata da una crisi di etica e di senso. In questo scenario, Papa Leone XIV chiede ai cattolici impegnati nel sociale e nelle istituzioni di non considerare l’azione politica una semplice professione, bensì una missione di verità e di servizio: un modo concreto di cercare il bene delle persone e della comunità, là dove le decisioni pubbliche incidono sulla carne viva dei territori.
L’indicazione, in controluce, è netta: la fede non può essere relegata alla sacrestia né ridotta a sentimento privato. Se il Vangelo non entra nella storia, perde forza; e se la vita pubblica smarrisce l’orizzonte della dignità, diventa amministrazione senza anima.
Le radici: da Leone XIII a una nuova “Rerum novarum”
La prospettiva di Leone XIV si comprende tornando alle radici. Il Papa ha spiegato di aver scelto il suo nome guardando in modo particolare a Leone XIII, che nel 1891, con la Rerum novarum, aprì la grande stagione della Dottrina sociale della Chiesa. In un’epoca segnata dalla “questione operaia” e dalla prima rivoluzione industriale, Leone XIII pose le basi per leggere i problemi sociali nella loro interezza: lavoro, salario, famiglia, conflitto, ruolo dello Stato e dei corpi intermedi.
Oggi, suggerisce Leone XIV, siamo davanti a una nuova Rerum novarum: rivoluzione digitale e intelligenza artificiale, disuguaglianze globali, fragilità delle democrazie, una crisi antropologica che tocca l’idea stessa di persona. Non bastano strumenti vecchi, né una presenza cristiana timida o difensiva: occorre una generazione capace di pensare e di agire dentro la storia, non ai margini.
Coscienza, istituzioni e responsabilità
Accanto alla memoria di Leone XIII, il Papa richiama figure che, in modi diversi, hanno tenuto insieme coscienza e istituzioni senza compromessi al ribasso. Tommaso Moro, martire della libertà e del primato della coscienza, mostra che l’impegno pubblico può essere vissuto non come mestiere, ma come responsabilità davanti a Dio e all’uomo, fino a pagare di persona. Luigi Sturzo ricorda il coraggio di “uscire dalle sacrestie”, portando nel dibattito civile i principi della Dottrina sociale. Alcide De Gasperi, nel dopoguerra, ha saputo coniugare fede cristiana, senso delle istituzioni e ricostruzione civile, economica e morale del Paese.
Sono uomini differenti, ma uniti da un tratto comune: hanno preso sul serio l’ispirazione sociale del cristianesimo e hanno reso i cattolici protagonisti della vita pubblica, senza rinunciare né alla fede né alla ragione, né al Vangelo né alla Costituzione. In questa linea, Leone XIV si colloca con naturalezza dentro un magistero attento alla questione sociale: la Dottrina sociale non è un capitolo chiuso, ma una storia che continua; e oggi continua nell’urgenza di leggere nuove povertà e nuove asimmetrie prodotte dal mutamento tecnologico.
La politica come missione, non come mestiere
Da qui la seconda consegna: la politica come missione, non come mestiere. In un intervento rivolto a parlamentari provenienti da molti Paesi, Papa Leone XIV ha ricordato che la politica è chiamata a tutelare il bene della comunità, a promuovere la libertà religiosa e a fronteggiare le sfide dell’intelligenza artificiale, con particolare attenzione al futuro dei giovani.
Riprendendo una grande linea del pensiero sociale cristiano, il Papa definisce l’azione politica come “forma più alta della carità”: non un’idea astratta, ma un amore reale che prende carne nelle istituzioni, nelle leggi, nelle scelte di bilancio. Ne deriva un punto decisivo, su cui Leone XIV è chiarissimo: non è possibile “sdoppiare” la persona. Non esiste, da una parte, il politico e, dall’altra, il cristiano. Per usare le sue parole:
«Non c’è separazione nella personalità di un personaggio pubblico: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. Ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità».
Se la fede viene lasciata fuori dalla porta quando si entra in un consiglio o in Parlamento, si svuota di senso anche la pratica religiosa. Ecco perché la carità, nella sua forma più esigente, diventa carità sociale e politica: spinge ad amare il bene comune e a cercare concretamente il bene di tutti, a partire dai più fragili.
Bene comune, poveri e giustizia sociale
In queste coordinate, la Dottrina sociale non è nostalgia né ideologia: è profezia realista. E diventa criterio per alcuni fronti decisivi.
Il primo fronte riguarda il bene comune e i poveri come criterio di giudizio. Leone XIV denuncia l’“inaccettabile sproporzione” tra la ricchezza di pochi e la povertà dilagante: molti vivono in condizioni estreme, gridano, ma non trovano orecchie che li ascoltino; e questo squilibrio genera ingiustizia, violenza, guerre. Ne discende un criterio semplice e insieme durissimo: un progetto politico è evangelicamente credibile solo se cambia la vita degli ultimi.
In concreto, significa assumere come priorità la tutela delle famiglie in vulnerabilità socio-economica, dei giovani disoccupati o “né-né”, dei minori privati di reali opportunità educative e di socializzazione; significa valutare ogni scelta economica in termini di impatto redistributivo, di riduzione delle disuguaglianze e di ampliamento effettivo dei diritti sociali; significa considerare il contrasto a mafie e corruzione come dimensione strutturale della qualità istituzionale dei territori, non come capitolo separato o risposta emergenziale.
Libertà religiosa e diritto naturale
Il secondo ambito riguarda la libertà religiosa, il dialogo e il riferimento al diritto naturale. Garantire la libertà religiosa significa riconoscere a ogni cittadino il diritto di credere e di professare la propria fede senza costrizioni; ma significa anche custodire un bene pubblico, perché la libertà religiosa educa a legami solidali, alla responsabilità, alla misericordia.
È in questa prospettiva che il Papa richiama Sant’Agostino: il passaggio dall’amor sui chiuso e distruttivo all’amor Dei che apre al dono di sé. Proprio da questo dialogo nasce la ricerca di ciò che accomuna, e qui ritorna il riferimento al diritto naturale, quella “diritta ragione” di cui parlava Cicerone, riconoscibile come soglia sotto la quale nessuna legge positiva può scendere senza diventare ingiusta.
Sulla stessa traiettoria, il Papa richiama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, in cui la centralità della persona trova una formulazione moderna e condivisibile, difendendo la coscienza come luogo inviolabile.
Intelligenza artificiale e centralità dell’uomo
Il terzo nodo, infine, è la sfida dell’intelligenza artificiale e della centralità dell’uomo. Leone XIV non demonizza la tecnologia: ne riconosce le potenzialità straordinarie. Ma pone un criterio: l’IA deve restare uno strumento al servizio dell’essere umano, non il contrario.
Il rischio, che il Papa vede con lucidità, è un rovesciamento antropologico: abituarsi a delegare decisioni fondamentali a sistemi automatizzati, misurare il valore delle persone in base ai dati, ridurre le relazioni a scambi di informazioni. Alla politica viene affidato un compito decisivo: custodire quel protagonismo umano che nessuna macchina può sostituire.
Da qui discendono responsabilità concrete: promuovere una regolazione etica dell’IA che tuteli lavoratori, fragili e nuove generazioni; impedire che il divario tecnologico diventi il nuovo nome della povertà; collegare questione digitale e questione sociale, educativa e lavorativa, perché il progresso tecnologico non produca nuove forme di sfruttamento ed esclusione.
Cattolici interi, non a compartimenti stagni
In conclusione, Papa Leone XIV non consegna un “partito cattolico” chiavi in mano. Offre una visione: cattolici interi, non a compartimenti stagni, capaci di tenere insieme fede e vita, coscienza e responsabilità, Vangelo e bene comune.
Ne deriva un compito ecclesiale preciso: formare coscienze più che schieramenti; accompagnare chi è già impegnato nella vita pubblica perché non si senta solo e non si scoraggi; incoraggiare i giovani a non tirarsi indietro, a non rassegnarsi alla logica del “tanto non cambia nulla”.
Resta, come eco necessaria, la figura di Tommaso Moro: un uomo che ha servito lo Stato proprio in forza della sua fede, che ha preferito perdere tutto pur di non tradire la coscienza. È questo, in fondo, il profilo di cui abbiamo bisogno: credenti capaci di abitare la vita pubblica alla luce del Vangelo, senza nostalgie e senza compromessi al ribasso. E, soprattutto, capaci di restare unificati interiormente: non perfetti, ma veri; non impeccabili, ma liberi; non divisi, ma interi.
Mons. Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana.
