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I gesuiti di Aggiornamenti Sociali bocciano la riforma costituzionale sulla giustizia

In apertura del fascicolo di marzo, il direttore della rivista dei gesuiti milanesi, Giuseppe Riggio S.J., analizza la riforma su cui gli elettori sono chiamati a pronunciarsi. Di seguito riportiamo la parte finale dell’editoriale.

[…] Non è la prima volta che la nostra Costituzione viene modificata. In quasi ottant’anni sono stati cambiati in parte, introdotti o soppressi trentanove articoli. Nella maggioranza dei casi le revisioni costituzionali approvate dal Parlamento sono entrate in vigore senza sottoporle al voto dei cittadini, vuoi perché nessuno lo ha richiesto, vuoi perché approvate con una maggioranza così ampia che la legge esclude il ricorso al referendum. Solo in quattro casi, in effetti, si è tenuto un referendum costituzionale: sono state approvate nel 2001 la riforma del Titolo V, relativo alle Regioni e agli Enti locali, e nel 2020 la riduzione del numero dei parlamentari; sono state bocciate le proposte di revisione più ampia della seconda parte della Costituzione proposte dal Governo Berlusconi nel 2006 e dal Governo Renzi nel 2016.

Una lezione si può trarre dalla storia che ci precede: la maggioranza delle revisioni della Costituzione, per renderla rispondente a nuove esigenze o sensibilità, ha avuto un esito positivo quando si è posta nel solco dello spirito di dialogo e confronto tra diverse sensibilità politiche da cui scaturì il testo della Carta in Assemblea costituente. Non è accaduto così per tanti progetti legislativi, presentati da una parte politica, che si sono arenati nelle aule parlamentari senza essere approvati; né per i due progetti di riforma complessiva presentati dal centrodestra e dal centrosinistra in passato, che, pur attraverso vicende politiche diverse, costituivano bandiere politiche di parte.

Tutto questo non sorprende se dall’esperienza spostiamo l’attenzione alla riflessione teorica, perché c’è un aspetto che si impone come riferimento da tenere fermo. Di fatto le regole previste dai costituenti miravano a far sì che una modifica del testo fosse rara, da realizzare solo quando ritenuto veramente necessario, e fosse possibile solo al verificarsi di due condizioni essenziali: un’ampia convergenza a livello di classe politica o, nel caso del voto referendario, il sostegno della maggioranza dei cittadini che si sono recati alle urne.

Non sappiamo ovviamente quale sarà l’esito del voto referendario, mentre è già evidente che non vi è stata unautentica apertura al confronto nelle sedi parlamentari lungo liter di approvazione del disegno di legge costituzionale, presentato dal Governo Meloni e sostenuto fedelmente dall’attuale maggioranza, tradendo di fatto lo spirito costituente. Allo stesso modo va riconosciuto che l’obiettivo di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri potrebbe essere raggiunto con una legge ordinaria, senza fare ricorso a una modifica della Costituzione, che invece, pensando al futuro, introduce un fattore di rigidità su una questione importante, che merita di essere discussa e affrontata, ma non risolta al livello di legge fondamentale.

Soprattutto desta preoccupazione lampio rinvio alla legislazione ordinaria di attuazione della riforma, che dovrà essere approvata entro un anno e di cui al momento non conosciamo i possibili contenuti, se si considerano le affermazioni di alcuni esponenti del Governo. È così per la dichiarazione del Ministro Nordio che si stupisce come «Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», e che lascia presagire la possibilità di rimettere in seria discussione il principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura, che per la Costituzione è sottoposta solo alla legge (art. 101, c. 2, Cost.). Ma non meno preoccupanti sono le numerose e ripetute manifestazioni di insofferenza espresse nei confronti della magistratura, accusata di ostacolare il lavoro del Governo con i suoi interventi su alcuni temi, ritenuti sensibili, come la pubblica sicurezza o l’immigrazione.

La separazione dei poteri prevista nella Costituzione è un valore troppo fondamentale per rischiare di metterlo in pericolo. Per questo la scelta di salvaguardarlo di fronte a prospettive incerte sui successivi passaggi normativi orienta verso un voto negativo su una questione che può essere affrontata in altri modi e in altre sedi.

 

Per leggere il testo integrale si rinvia qui:

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/giustizia-un-voto-inevitabilmente-politico/