Dalla cultura politica ai partiti identitari
L’intera Prima Repubblica è stata caratterizzata dalla presenza dei partiti cosiddetti identitari: forze politiche che, pur attraversate da un vivace dibattito interno, erano espressione di una medesima cultura politica. Basti pensare ai tre grandi partiti popolari e di massa — Dc, Pci e Psi — per rendersene conto. Ma anche le formazioni laiche o di destra si riconoscevano in un impianto culturale definito.
Questa tendenza si è fortemente attenuata con l’avvio della Seconda Repubblica, segnato dall’irruzione dei “partiti personali”, e si è poi consolidata negli ultimi anni. È in questa cornice che hanno preso forma i partiti plurali: soggetti politici nei quali convivono culture diverse, unite però da un progetto comune.
La Margherita come laboratorio di pluralismo
Il partito che emblematicamente può essere rappresentato come il principale soggetto plurale è stato la Margherita. In quella esperienza confluirono tradizioni e sensibilità differenti grazie al contributo decisivo di esponenti provenienti da filoni culturali diversi, come Francesco Rutelli, Franco Marini, Arturo Parisi e Clemente Mastella, insieme a molti altri.
Si trattò di un partito autenticamente democratico e schiettamente collegiale, nel quale le diverse culture politiche non erano tollerate, ma contribuivano alla costruzione del progetto politico complessivo.
Che cosa significa davvero “partito plurale”
Per evitare generalizzazioni, occorre chiarire il significato di partito plurale, anche ripercorrendo la vicenda della Margherita. Vi sono almeno due condizioni basilari.
La prima: il partito plurale è incompatibile con il partito personale. È incompatibile perché il partito plurale è strutturalmente democratico e non può essere ricondotto alle virtù salvifiche di un padre-padrone. Quando un partito è personale — e gli esempi non mancano, a destra come soprattutto a sinistra — può essere molte cose, ma non culturalmente plurale.
La seconda: un partito è realmente plurale quando le diverse componenti ideali partecipano attivamente alla definizione del progetto politico. Quando prevale una sola cultura politica — come accade, ad esempio, nell’attuale Pd — la pluralità viene sacrificata sull’altare dell’affermazione di un unico filone di pensiero. E quando un partito diventa espressione di una sola cultura, il partito plurale cessa di esistere.
Pluralismo come metodo democratico
Ecco perché, quando oggi si parla dell’attualità e della modernità dei partiti plurali, occorre rispettarne la specificità e l’originalità. Non si tratta di formule organizzative, ma di strumenti politici esigenti: richiedono classi dirigenti attrezzate, rispetto delle tradizioni ideali che vi partecipano e, soprattutto, assenza di arroganza nel declinare il progetto politico comune.
