L’annuncio e le sue conseguenze
È risaputo che per comprendere e commentare una decisione di Trump si renda necessario lasciar passare un certo tempo: di norma da poche ore a qualche giorno.
Ora che è trascorsa oltre una settimana dall’annuncio dell’acquisto di gasolio dalla Russia, sono usciti altri comunicati dalla Casa Bianca, ma tutti vanno in una stessa direzione, coerente con la notizia dell’8 ottobre:
«Ho appena concluso un colloquio di grande successo con il presidente russo Vladimir Putin, nel corso del quale è stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300 mila tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500 mila tonnellate nel mese di novembre e un milione di tonnellate subito dopo». […] «I prezzi del gasolio caleranno rapidamente. Inoltre, in base alla capacità delle loro raffinerie, la Russia consegnerà, in tempi brevi, ulteriori 3 milioni di tonnellate di gasolio. Grazie al nostro controllo dello Stretto di Hormuz e a questo importante annuncio sull’energia russa, i prezzi del gasolio per gli americani — e per il mondo intero — caleranno rapidamente e in misura record», ha aggiunto Trump, sottolineando che «garantire prezzi più bassi per gli americani, in particolare per i nostri grandi agricoltori, allevatori e autotrasportatori, è la mia priorità assoluta. Si tratta di un annuncio di enorme importanza. Va inoltre chiarito che l’Iran non otterrà armi nucleari».
La denuncia di Zelensky
La gravità di queste affermazioni è stata accolta immediatamente con stupore e sdegno da Zelensky («Revocare le sanzioni è debolezza, Putin ripagherà il diesel con il terrore»), che ha scritto su X:
«Qualsiasi allentamento delle sanzioni contro la Russia, in assenza di un accordo chiaro e duraturo di de-escalation, rappresenta un’evidente debolezza. Gioca a favore della Russia, permettendole di uccidere di più, di prolungare la guerra, di mostrare ancora meno rispetto per l’America e di infliggere al mondo perdite e danni ancora maggiori. Fare concessioni a Putin non porterà pace né alcun beneficio al mondo civile. La Russia “ripagherà” il diesel con ulteriore terrore e perfidia. Consentire alla Russia di vendere prodotti petroliferi significa investire in una guerra che deve finire, non essere prolungata. Ciò che serve è una reale de-escalation con la Russia, su base reciproca».
Anche l’Europa e il mondo libero hanno colto con grande disappunto la ricaduta drammatica di questa decisione.
Comprando greggio dalla Russia, gli Usa di fatto finanziano l’escalation militare contro l’Ucraina, martoriata da quotidiani bombardamenti di missili e droni che da oltre quattro anni distruggono case, scuole, ospedali, mezzi di trasporto, mirando direttamente a colpire la popolazione civile, con numerose vittime anche tra bambini e anziani.
Senza alcun ritegno per le conseguenze drammatiche di questo criminale martellamento bellico, senza pensare un solo istante ai morti, ai feriti, a chi ha perduto la casa, alla devastazione di abitazioni e interi villaggi, Trump ha barattato questo scempio con il petrolio: una scelta compiuta confidando di raddrizzare presso l’elettorato americano i sondaggi delle votazioni di midterm che lo vedono in caduta libera.
La frattura con gli alleati
Millantando un credito mai monetizzato dall’inizio della guerra in Iran, il presidente Usa ha sempre dichiarato di essere alla vigilia della vittoria finale: in realtà gli Usa e il mondo intero hanno subìto le conseguenze della crisi petrolifera e dello stallo dello Stretto di Hormuz.
Pur consapevole che questo conflitto non lo vincerà e del fatto che l’intero Medio Oriente è diventato una polveriera a cielo aperto, Trump ha di fatto sancito una rottura con il mondo occidentale, privilegiando gli accordi commerciali con Mosca rispetto all’alleanza con la Nato e l’Europa.
Ma c’è di più. Trump ha abbandonato l’Ucraina al suo destino, ha disdegnato le provocazioni militari ai confini dell’Europa e ha spudoratamente affermato che il tempo di Zelensky è giunto al termine del suo mandato («Non ho mai avuto stima di lui») e che Kyiv deve scegliersi un altro presidente: un’intromissione negli affari interni dell’Ucraina, alla quale ha sottratto la protezione dei missili Patriot e la rete satellitare di Starlink, rendendola vulnerabile agli attacchi sconsiderati di Putin — il quale ha negato qualsiasi tregua, smentendo lo stesso Trump — e togliendo ogni sanzione commerciale alla Russia per gratificarla della fornitura di greggio.
L’Europa e la prova del voto
Per il momento l’Europa — peraltro afflitta da crisi politiche, elettorali, economiche, sociali, specie in Germania, Francia e Spagna, e avviata a declinare verso un ulteriore indebolimento — sembra reagire, intensificando le sanzioni a Mosca e promettendo sostegno militare all’Ucraina.
Viene spontaneo interrogarsi su questo voltafaccia spudorato degli Usa a trazione repubblicana verso l’Occidente. Ma Trump non è John Fitzgerald Kennedy e Putin non è Kruscev. Di pancia o di testa, il popolo americano saprà però distinguere tra miti e realtà, tra sogni e inganni.
In ogni caso questa scelta scriteriata di Trump è un segno di debolezza che renderà il presidente in carica un’anatra azzoppata all’esito del midterm.
C’è chi sottolinea la coincidenza con la mancata attribuzione del Nobel per la pace a cui il presidente ambiva, magari accompagnato da un bacio al suo fondoschiena: per un personaggio inaffidabile e imprevedibile come Trump anche questo schiaffo al suo indomito narcisismo può aver provocato un’irritazione incontenibile, che dimostra come anche i dati soggettivi e caratteriologici giochino un ruolo recondito nelle vicende della storia.
Il paradosso e la vergogna
Certamente togliere il sostegno all’Ucraina accusandola di bombardare le raffinerie russe mentre Putin massacra i civili del Paese aggredito è un paradosso che nessuna logica politica e nessuna giustificazione etica possono spiegare.
Neanche il Santo Padre — tre giorni dopo l’intervento al polmone — telefonando a Putin per chiedergli di fermare il massacro è riuscito a ottenere una «tregua umanitaria per la città di Oleshky», perché si è sentito rispondere dallo zar che «la situazione è imputabile alla colpa di Kyiv».
Si tratta di qualcosa di incredibile che ci fa capire in che mani siamo: ciò che dovrebbero comprendere i negazionisti e i miscredenti, a cominciare da quelli che siedono nel nostro Parlamento e chiedono di togliere il sostegno all’Ucraina.
Una sola parola descrive l’insieme di tanta nefandezza: vergogna.

