Un’intuizione che attraversa i pontificati
Giornata mondiale di preghiera per la pace è stata l’iniziativa voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 e passata alla storia con la denominazione dello stesso pontefice: “Spirito di Assisi”, che esprime bene l’ispirazione francescana sottesa alla manifestazione che riuniva ad Assisi i “rappresentanti delle chiese cristiane e comunità ecclesiali e delle religioni del mondo”.
La portata valoriale di questa iniziativa è rivelata, oltre che dall’estesa partecipazione, anche dal fatto che, dopo papa Wojtyła (che vi tornò nel 2002 all’indomani dell’attentato terroristico alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001), essa ha avuto seguito con Benedetto XVI, che ne ha ricordato il ventennale nel 2006 e soprattutto ha voluto celebrare il venticinquennale, estendendo l’invito ad alcuni rappresentanti dei non credenti, della cultura e delle istituzioni; poi con papa Francesco per il trentennale e ora con papa Leone XIV per il quarantennale, che si terrà (sempre per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio) dal 25 al 27 ottobre.
Risulta quindi evidente quanto lo “Spirito di Assisi” abbia assunto un significato paradigmatico in tema di pace, indicando alcune condizioni per ottenerla; tra queste ne vorrei indicare tre che mi paiono originali e promettenti.
In primo luogo, il senso di apertura, a indicare una mentalità includente e accogliente, per cui non si discrimina né si giudica. In secondo luogo, il modo di pregare, per cui l’invito non è di pregare insieme, bensì di stare insieme per pregare nel rispetto di ciascun orientamento religioso e spirituale, senza cedimenti al sincretismo. In terzo luogo, l’attitudine al dialogo, sottolineando che quella dialogica è un’impostazione non solo intellettuale, ma prima ancora esistenziale.
Queste tre caratteristiche dello “Spirito di Assisi” sono tutte motivate dall’aspirazione alla pace, concepita come esercizio di fraternità operosa, frutto di scelta individuale e collettiva.
La pace non è mai scontata
Una tale impostazione era stata avviata da Giovanni XXIII con la Pacem in terris, ripresa dal Vaticano II con la Gaudium et spes, sviluppata da Paolo VI con la Populorum progressio e originalmente fissata da Giovanni Paolo II con lo “Spirito di Assisi”, che è stato portato avanti dai successivi pontefici, tanto che oggi l’idea della pace come scelta può sembrare scontata.
In realtà si tratta di una conquista su cui è bene riflettere per conservarla gelosamente. Infatti ci sono posizioni secondo cui ci sarebbe incompatibilità tra religione e pace, come la storia dimostrerebbe: si pensi alla concezione dell’illuminismo irreligioso, secondo cui la religione è tendenzialmente intollerante e quindi alla lunga e in diverso modo violenta; si pensi alla concezione del realismo politico, secondo cui la religione è instrumentum regni, che produce guerre di religione e guerre sante da parte della stessa religione o da parte degli Stati.
Sul fronte opposto si colloca la concezione del purismo teologico, secondo cui la religione sarebbe strutturalmente per la pace, anche se ciò non trova conferma storicamente.
In alternativa a queste tre impostazioni si può porre la concezione dell’opzione responsabile, secondo cui anche la religione è al bivio tra violenza e pace, per cui la pace è una scelta e mai scontata.
Un cantiere aperto a tutti
Ebbene, mi sembra che lo “Spirito di Assisi” abbia, tra l’altro, il merito di aver richiamato tutti a operare la “scelta della pace” come unità nella diversità, come armonia delle differenze.
Al riguardo torna utile riportare le parole di Giovanni Paolo II alla prima giornata dello “Spirito di Assisi” di quarant’anni or sono, ma che sono di perenne attualità:
«Non c’è pace senza un amore appassionato per la pace. Non c’è pace senza volontà indomita per raggiungere la pace. La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale: essa passa attraverso mille piccoli atti della vita quotidiana. A seconda del loro modo quotidiano di vivere con gli altri, gli uomini scelgono a favore della pace o contro la pace».
Non ci nascondiamo dietro motivazioni più o meno nobili o giustificazioniste: la pace dipende da noi, dalle scelte che decidiamo: occorre decidersi per la pace. Ciò vale anche per le nazioni. E vale anche per la religione. Dunque, per tutti “è essenziale scegliere la pace e i mezzi per ottenerla”.
Un papa che decide di invitare ad Assisi gli esponenti di tutte le religioni, e questi che decidono di accettare l’inedito invito: sta qui la novità dello “Spirito di Assisi” che è stato avvertito nella sua novità dirompente a favore della pace.
Una responsabilità da rinnovare ogni giorno
Ecco perché lo “Spirito di Assisi” è importante: sottolinea il carattere di scelta nei confronti della pace, il che chiama in causa la responsabilità, e la Chiesa appare impegnata in prima linea nel nuovo corso di comunità che strenuamente sceglie la pace, e si adopera quotidianamente per ottenerla: basti ricordare papa Francesco con la sua scelta della “fratellanza umana” (dal discorso di Abu Dhabi all’enciclica Fratelli tutti) e papa Leone con la sua scelta della “pace disarmata e disarmante” (dal discorso di insediamento all’enciclica Magnifica humanitas).
A me pare che la pace come scelta costituisca il senso più vero dello “Spirito di Assisi” che, francescanamente, non guarda al successo immediato (l’incontro di Francesco con il Sultano non porta a un risultato immediato, ma testimonia un comportamento di pace).
Ciò che conta è la determinazione concreta a favore della pace, con la consapevolezza che non è un ideale astratto da sbandierare, bensì una scelta libera da rinnovare incessantemente con “amore appassionato” e “volontà indomita”, tale da inaugurare un modo di pensare e di agire orientato a quella tranquillitas ordinis indicata nel De civitate Dei e riproposta da Leone XIV, anche in questo “figlio di Agostino”.

