Home GiornaleIl Belgio ci dà lezione: l’Italia deve imparare a costruire talento

Il Belgio ci dà lezione: l’Italia deve imparare a costruire talento

Mancini riparte con uno 0-2 e la strada si annuncia in salita. Ma la sconfitta rivela soprattutto la forza di un modello: dodici milioni di abitanti, vivai efficienti e giovani impiegati davvero.

Il nuovo corso di Roberto Mancini comincia male. Il Belgio passa 2-0 all’Olimpico e lascia all’Italia la sensazione che la ricostruzione sarà lunga. Gli azzurri hanno reagito soprattutto all’inizio della ripresa, senza però cambiare l’inerzia della partita. Dopo il gol di Godts al 20’, gli ospiti hanno mostrato maggiore qualità, sicurezza e controllo.

La sconfitta suggerisce però una domanda più interessante del risultato: perché il Belgio è così forte?

Un piccolo Paese, una grande scuola

Con poco più di dodici milioni di abitanti, il Belgio riesce da anni a far crescere calciatori di livello internazionale. Non è soltanto fortuna. La spiegazione viene da lontano.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, dopo una fase di declino, il calcio belga avviò una profonda revisione del settore giovanile. Il principio era semplice: formare il giocatore prima della squadra. Più tecnica, più pallone, più uno contro uno e maggiore capacità decisionale; meno ossessione per il risultato nelle categorie inferiori.

I giovani devono giocare

Club come Anderlecht, Genk, Standard e Bruges hanno sviluppato un’altra caratteristica decisiva: non temono di affidarsi ai giovani. Un ragazzo di diciotto o diciannove anni può giocare, sbagliare e crescere. Quando raggiunge un livello superiore, sono i grandi campionati europei a completarne la maturazione.

È un circuito virtuoso: il Belgio forma, l’Europa completa il percorso. È accaduto con la generazione di Hazard, Kompany, Lukaku, Courtois e De Bruyne. Ma il sistema è sopravvissuto a quella “generazione d’oro”. Il ventunenne Mika Godts, autore del primo gol contro l’Italia, ne è un’ulteriore dimostrazione.

Due modelli a confronto

È qui che lo 0-2 diventa qualcosa di più di una brutta serata. Il Belgio ha poco più di dodici milioni di abitanti, l’Italia quasi sessanta. Noi abbiamo quattro titoli mondiali, una tradizione calcistica incomparabilmente più ricca e un campionato economicamente assai più forte. Eppure oggi siamo noi a dover imparare.

La differenza non è nella passione per il calcio e neppure nella mancanza di ragazzi promettenti. È nel percorso che viene loro offerto. In Belgio il vivaio conduce alla prima squadra; in Italia troppo spesso diventa una sala d’attesa. A diciotto o diciannove anni il giovane belga può essere messo alla prova nel calcio vero. Da noi, alla stessa età, molti entrano nel circuito dei prestiti, delle seconde squadre o delle categorie inferiori, mentre i club preferiscono affidarsi a giocatori già pronti.

Le scelte di Mancini

Mancini ha scelto molti giovani e diversi esordienti. Fa bene a cercare strade nuove. Ma una Nazionale non può correggere da sola ciò che il sistema non riesce a fare a monte. Il commissario tecnico seleziona ciò che il campionato gli mette a disposizione.

Per questo la lezione belga riguarda soprattutto i club, i vivai e chi governa il nostro calcio. Servono allenatori preparati nelle categorie giovanili, coraggio nelle prime squadre e soprattutto tempo: quello necessario per consentire a un ragazzo di sbagliare senza essere immediatamente accantonato.

Il 2-0 dell’Olimpico dice dunque qualcosa che va oltre Mancini. Un Paese cinque volte più piccolo del nostro porta in campo i giovani e li fa crescere; l’Italia continua troppo spesso ad aspettare che siano già pronti. È questo il divario da colmare. Perché i commissari tecnici possono scegliere i giocatori. Non possono crearli.