Dunque, a fronte del dibattito che attraversa la coalizione di sinistra e progressista, emerge da tempo una domanda: ma il Centro da quelle parti esiste ancora? Stando a ciò che dicono alcuni mezzi di informazione, quelli più compiacenti e funzionali alla “causa” progressista, esiste eccome. Anzi è sempre più forte e competitivo. Al punto che esistono addirittura più Margherite. Ovvero, l’ultimo e grande partito di centro, riformista, democratico, inclusivo, plurale e con una spiccata cultura di governo nell’alleanza di centro sinistra. Il partito, cioè, di Francesco Rutelli, Franco Marini, Arturo Parisi e altri leader centristi del tempo. Dopodiché, sul versante della coalizione di sinistra, sono emersi – almeno sino ad oggi – solo virtuali e personali partiti centristi, malgrado la buona volontà di molti leader e dirigenti di quel campo politico.
La proliferazione delle “nuove Margherite”
Ora, però, ogni mese assistiamo simpaticamente ai costruttori di nuove Margherite. L’ultimo in ordine di tempo è il capo del piccolo partito personale di Italia Viva, il vulcanico Renzi che addirittura ha annunciato la costruzione di una “Margherita 4.0”. Segue una infinità di altri tentativi. A partire da quello dell’assessore di Roma Alessandro Onorato – a proposito, che fine ha fatto? – che aveva riunito in alcune occasioni i cosiddetti “civici” dietro il suggerimento dell’ex dirigente comunista del Pd Goffredo Bettini. Per non parlare dell’ex grillino Spadafora che con la sua associazione vuole dar vita e da tempo, come da copione, ad un’altra Margherita.
Ambizioni personali e sigle ornamentali
Ma non manca all’appuntamento il sempre verde ed ex renzianissimo Delrio che a nome dei cattolici democratici del Pd – ormai una piccola, insignificante ed ornamentale ridotta indiana – lascia trapelare il retroscena di una eventuale e del tutto potenziale “nuova Margherita” alleata con il Pd della Schlein. Senza dimenticare, e mi scuso se lo cito per ultimo, il neo partito/movimento/gruppo/think-tank – non si è ancora ben capito – dell’ex Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini telecomandato, almeno così pare, dall’intramontabile Romano Prodi. E, come ovvio, non cito molti altri tentativi per evitare di allungare questa breve e sintetica riflessione.
Non ridicolizzare una storia politica
Ecco perché, alla luce di queste esperienze e di questi concreti tentativi, forse quando si parla a sproposito della Margherita è bene applicare quello che andiamo dicendo da svariati lustri sulla storica Democrazia Cristiana. E cioè, per quanto riguarda la Margherita – come, appunto, anche per la Dc – non sfregiamola con accorgimenti, tentativi, proposte e progetti che, purtroppo, contribuiscono solo a ridicolizzare una grande operazione politica, culturale e programmatica che ha caratterizzato il campo riformista nel nostro Paese nei primi anni Duemila.
E che, purtroppo, lo possiamo ormai dire senza tema di essere smentiti, è stata liquidata e sciolta forse con troppa superficialità e frettolosità dai grandi, qualificati ed autorevoli dirigenti di quel partito in quegli anni. Al punto che ormai da anni – soprattutto dopo che il Pd è diventato a tutti gli effetti un tassello organico e fondamentale della storica filiera politica e culturale del Pci/Pds/Ds/Pd – se ne invoca la rinascita o il ritorno.
Ma, con altrettanta chiarezza ed onestà intellettuale, forse è anche arrivato il momento per dire che coloro che, giustamente e legittimamente, ambiscono ad avere un ruolo e seggi parlamentari nel campo della coalizione di sinistra e progressista, non accampino nuove Margherite ma, molto più semplicemente, si limitino a concordare con i veri azionisti della coalizione qualche strapuntino attraverso le loro sigle personali, senza scomodare un partito che ha contribuito, qualunque sia l’opinione e il giudizio dei singoli, a costruire un pezzo importante del riformismo politico e di governo nel nostro Paese.
