Se la pena scompare dallo sguardo pubblico
Quando nessuno ti guarda, il carcere smette di essere un’istituzione e diventa una discarica sociale: ci gettiamo dentro vite rotte e poi fingiamo che il problema sia sparito. Ma non sparisce: marcisce e torna.
I numeri raccontano un guasto strutturale. A dodici anni dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Torreggiani, alla fine novembre 2025 i detenuti erano 63.868 a fronte di 46.124 posti effettivi: sovraffollamento al 138,5%. Nel 2025 i morti in carcere sono stati 238, di cui 79 suicidi.
Non cresce il crimine, cresce la penalizzazione del disagio
E qui c’è un paradosso sociologicamente decisivo: i reati denunciati diminuiscono, ma cresce l’uso della detenzione come risposta quasi automatica a fragilità e marginalità. In una formula: non aumenta il crimine, aumenta la penalizzazione del disagio.
Per questo, quando l’Italia rischia richiami o condanne europee, il punto non è “l’immagine”: è la tenuta di un patto democratico.
Inferno necessario o scandalo permanente
Se il carcere diventa invisibile, si presta a due letture opposte ma ugualmente povere: l’“inferno necessario” (deve far male, punto) e lo “scandalo permanente” (tutto è orrore e basta). Immagini potenti, ma se ci fermiamo lì, trasformiamo un problema pubblico in un riflesso emotivo.
La domanda, allora, è: che modello stiamo costruendo e che effetti produce, dentro e fuori?
La chiave sociologica è semplice: il carcere non è solo un luogo di pena, è un dispositivo culturale che traccia una linea di separazione tra “noi” e “loro”. Quando questa separazione si irrigidisce, scatta l’etichetta: non “ha commesso un reato”, ma “è quel reato”.
Se una biografia coincide con un’etichetta, le possibilità di cambiamento si fanno più esigue.
Sistema chiuso e sistema aperto
Per questo serve distinguere tra due modelli. Nel sistema chiuso il carcere funziona come un contenitore: separa, sorveglia, riduce gli scambi con l’esterno e finisce per generare tempo vuoto, identità bloccate e conflitto.
Nel sistema aperto, invece, la custodia non viene negata, ma viene resa “intelligente”: si formalizzano legami regolati con l’esterno – scuola, lavoro, attività formative e culturali, mediazione – perché la pena non si esaurisca nell’attesa, ma diventi un percorso.
È una scelta realistica, non sentimentale: o la detenzione sviluppa competenze e responsabilità, oppure si riduce a contenimento e ritorni.
L’articolo 27 come criterio di efficacia
Qui entra il criterio costituzionale: l’articolo 27. La finalità rieducativa non è un auspicio; è un criterio di efficacia sociale. Deve diventare un vincolo interno, quasi un “Super-Io” civile – direbbe Sigmund Freud – che non consenta di mettere tutto tra parentesi.
Fëdor Dostoevskij, nelle Memorie di una casa morta, lo aveva intuito: anche nel luogo più duro l’uomo non coincide con il suo reato.
Più futuro, meno decreti
Non è una disputa tra “durezza” e “buonismo”. Si tratta di scegliere se vogliamo una detenzione che produce scarti o una che produce ricomposizioni.
Perché la sicurezza vera non nasce da più chiavi: nasce da più futuro e meno decreti.
