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domenica, 1 Febbraio, 2026
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Il carcere invisibile e la prova della democrazia

Sovraffollamento, suicidi e detenzione come risposta al disagio: quando la pena diventa discarica sociale, la crisi non riguarda l’immagine del Paese, ma la tenuta del suo patto democratico.

Se la pena scompare dallo sguardo pubblico

Quando nessuno ti guarda, il carcere smette di essere un’istituzione e diventa una discarica sociale: ci gettiamo dentro vite rotte e poi fingiamo che il problema sia sparito. Ma non sparisce: marcisce e torna.

I numeri raccontano un guasto strutturale. A dodici anni dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Torreggiani, alla fine novembre 2025 i detenuti erano 63.868 a fronte di 46.124 posti effettivi: sovraffollamento al 138,5%. Nel 2025 i morti in carcere sono stati 238, di cui 79 suicidi.

Non cresce il crimine, cresce la penalizzazione del disagio

E qui c’è un paradosso sociologicamente decisivo: i reati denunciati diminuiscono, ma cresce l’uso della detenzione come risposta quasi automatica a fragilità e marginalità. In una formula: non aumenta il crimine, aumenta la penalizzazione del disagio.

Per questo, quando l’Italia rischia richiami o condanne europee, il punto non è “l’immagine”: è la tenuta di un patto democratico.

 

Inferno necessario o scandalo permanente

Se il carcere diventa invisibile, si presta a due letture opposte ma ugualmente povere: l’“inferno necessario” (deve far male, punto) e lo “scandalo permanente” (tutto è orrore e basta). Immagini potenti, ma se ci fermiamo lì, trasformiamo un problema pubblico in un riflesso emotivo.

La domanda, allora, è: che modello stiamo costruendo e che effetti produce, dentro e fuori?

La chiave sociologica è semplice: il carcere non è solo un luogo di pena, è un dispositivo culturale che traccia una linea di separazione tra “noi” e “loro”. Quando questa separazione si irrigidisce, scatta l’etichetta: non “ha commesso un reato”, ma “è quel reato”.

Se una biografia coincide con un’etichetta, le possibilità di cambiamento si fanno più esigue.

Sistema chiuso e sistema aperto

Per questo serve distinguere tra due modelli. Nel sistema chiuso il carcere funziona come un contenitore: separa, sorveglia, riduce gli scambi con l’esterno e finisce per generare tempo vuoto, identità bloccate e conflitto.

Nel sistema aperto, invece, la custodia non viene negata, ma viene resa “intelligente”: si formalizzano legami regolati con l’esterno – scuola, lavoro, attività formative e culturali, mediazione – perché la pena non si esaurisca nell’attesa, ma diventi un percorso.

È una scelta realistica, non sentimentale: o la detenzione sviluppa competenze e responsabilità, oppure si riduce a contenimento e ritorni.

Larticolo 27 come criterio di efficacia

Qui entra il criterio costituzionale: l’articolo 27. La finalità rieducativa non è un auspicio; è un criterio di efficacia sociale. Deve diventare un vincolo interno, quasi un “Super-Io” civile – direbbe Sigmund Freud – che non consenta di mettere tutto tra parentesi.

Fëdor Dostoevskij, nelle Memorie di una casa morta, lo aveva intuito: anche nel luogo più duro l’uomo non coincide con il suo reato.

Più futuro, meno decreti

Non è una disputa tra “durezza” e “buonismo”. Si tratta di scegliere se vogliamo una detenzione che produce scarti o una che produce ricomposizioni.

Perché la sicurezza vera non nasce da più chiavi: nasce da più futuro e meno decreti.