Il ritorno della storia
Lontani, anche mediaticamente, dal fragore delle guerre africane – considerate quasi incidenti tribali anziché teatro più complesso di interventi esterni – e distratti magari rispetto alle persecuzioni degli Uiguri, ci eravamo quasi convinti, come scrisse Fukuyama, che col crollo di quel muro si fosse giunti alla fine della storia e che la competizione si giocasse ormai solo sulla tecnica, con grande ottimismo per i progressi derivanti dall’interscambio economico e dall’emulazione nello sviluppo civile affidata alla globalizzazione.
Abbiamo invece di colpo dovuto tornare a misurarci con argomenti tipici della sorpassata “interpretazione materialistica della storia”, assistendo oggi alla prova di forza di uno statalismo “rapace” che ricorre a mezzi di conquista che credevamo superati. Ciò ci costringe a prendere coscienza che la politica non può dismettere il compito primario di misurarsi con il contesto internazionale e che la nostra Europa liberale avrebbe più che mai bisogno di rafforzare le istituzioni comunitarie e investire nella difesa comune.
Il brusco risveglio geopolitico
Il brusco risveglio lo hanno provocato due leader abbastanza primitivi, rimarcando in modo brutale il confine fra l’est e l’ovest del mondo e dichiarando, ad esempio, l’uno che desidera in Iran un governo a lui gradito e l’altro che non riconosce Zelensky come legittimo presidente dell’Ucraina. La Cina, del resto, fa da tempo qualcosa di simile con Taiwan.
Si fa così un gran parlare della crisi del diritto internazionale e della patente violazione del diritto umanitario. Pure, a mio parere, non ci si è soffermati abbastanza sui limiti strutturali del diritto internazionale moderno, creato richiamando valori che la ragion di Stato spesso calpesta.
L’equilibrio del terrore
La verità è che gli anni recenti erano stati caratterizzati da un accordo di massima fra le superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale che disponevano dell’arma atomica, utile a definire fra esse le questioni di sovranità degli Stati, evitando così che il mondo deflagrasse di nuovo con una guerra diretta fra loro.
Questa circostanza, basata sull’“equilibrio del terrore”, non aveva impedito alle potenze di crearsi sfere di influenza, favorendo spesso l’ascesa al potere di figure amiche, perfino con colpi di stato, e innescando talora conflitti locali o intervenendo con aiuti alle fazioni alleate. Così le grandi potenze si fronteggiavano sullo scacchiere internazionale con la propria bandierina e le armi strategiche nei vari punti del globo, oltre che con vere e proprie “OPA” sulle risorse economiche dei territori.
E si ha un bel sorridere se l’inquilino della Casa Bianca si offre di acquistare la Groenlandia: è solo la versione volgare di una concezione predatoria spesso presente nella storia delle nazioni.
Le istituzioni senza potere
Ogni norma, per risultare cogente, ha bisogno di un’autorità che la faccia rispettare. Venne dunque creata una organizzazione sovranazionale che vigilasse sul rispetto dell’autonomia di ogni Stato e, subito dopo, un documento che proclamava il diritto dei singoli e dei popoli.
Purtuttavia, quando sono state le superpotenze a infrangere quelle norme che si volevano universali, si è visto che le istituzioni create per difenderle non avevano un potere reale. L’ONU e la Corte internazionale di giustizia hanno dimostrato limiti evidenti, per non dire della Corte penale internazionale, che non è riconosciuta da Stati Uniti, Russia e Cina.
Il velo dell’ipocrisia
Il velo di ipocrisia lacerato di recente ha svelato dunque una cruda verità: il diritto internazionale era in larga parte un patto convenzionale fra potenze imperiali che, oltre a vantare un esclusivo diritto di veto, decidevano se e quando intervenire con la forza.
Così la disperata richiesta di aiuto degli oppressi di Caracas o di Teheran è stata talvolta utilizzata per coprire mire di intervento molto meno nobili di quanto proclamato.
L’ambiguità dell’autodeterminazione
La dottrina giuridica afferma che il diritto internazionale si fonda sul principio dell’autodeterminazione dei popoli, fingendo che tutti i governi abbiano piena legittimità popolare. Ma quale coerenza vi è in una tale affermazione di principio, se alcuni di quegli Stati intangibili si reggono su palesi dittature?
Due fra le tre superpotenze del nuovo corso multipolare sono rette da regimi autoritari che non rispettano i diritti umani. E come si giustificano allora le decisioni di intervenire occasionalmente per colpire – magari con l’egida dell’ONU – alcuni Stati, e solo alcuni, che da tempo erano sotto dittatura?
Guerre selettive e diritto umanitario
La Libia e l’Iraq insegnano qualcosa al riguardo. L’attacco all’Iran risponde a logiche simili nell’area mediorientale, scompaginando anche le alleanze di Russia e Cina. Lo stesso è accaduto nel caso del Venezuela.
Ma dunque Maduro o Khamenei non erano colpevoli da tempo di violazioni dei diritti umani?
Quando sono gli Stati Uniti a intervenire su Gaza ci si può solo limitare a recriminare; quando la Russia invade l’Ucraina non ci si può opporre se non con sanzioni parziali e con aiuti al paese invaso. Eppure proprio lì il diritto umanitario appare fatto a stracci, con stragi di civili e con il ricorso ai mezzi più oppressivi per fiaccare le popolazioni.
