L’asse Trump–Netanyahu
La ricostruzione che il New York Times ha fatto dell’incontro Trump–Netanyahu, nel quale il premier israeliano ha convinto l’ex presidente americano ad attaccare l’Iran approfittando del momento difficile attraversato dal regime – sia sul fronte interno sia su quello esterno, con i suoi proxy a loro volta indeboliti dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni – ci ha rivelato almeno due cose, entrambe note ma ora, per così dire, certificate.
La prima è che Trump è fortemente influenzato da Netanyahu, mentre al contrario ascolta poco i consigli di chi gli è vicino, sia per mandato istituzionale sia per supporto politico.
Nonostante le forti perplessità, per non dire la totale contrarietà, dei generali del Pentagono (non del titolare del Ministero Peter Hegseth, suo subalterno ideologico privo di qualsiasi competenza) e della stessa CIA – consapevoli delle difficoltà, militari e strategiche, che un conflitto con uno Stato come l’Iran avrebbe comportato – il Presidente (che ormai si considera al di sopra di tutto, con unico limite la propria coscienza, che peraltro associa frequentemente e spudoratamente alla possibilità di produrre profitti dalle sue decisioni politiche) ha optato, in poche ore, per la guerra.
Immaginandola, come gli aveva prospettato la “volpe” israeliana, breve e vincente. Addirittura facilitatrice di una rivolta popolare che avrebbe abbattuto la Repubblica islamica.
Non ha ascoltato neppure JD Vance, l’esponente più ideologicamente intriso della (sotto)cultura MAGA, ostile a nuove avventure militari e al coinvolgimento degli Stati Uniti nel troppo complicato puzzle mediorientale, rimasto infatti in un silenzio denso di significato nel corso dei successivi quaranta giorni di guerra.
La strategia israeliana oltre la contingenza
La seconda verità che quell’incontro ha rivelato riguarda invece Israele e la volontà, ormai acclarata, del suo attuale governo – radicale ed estremista – di azzerare i nemici che da decenni lo minacciano: l’Iran e i suoi proxy insediati nella regione e da Teheran armati e finanziati.
Si legge spesso, anche nelle analisi più informate, di un interesse personale di Benjamin Netanyahu a proseguire a tempo indeterminato la guerra, al fine di rinviare possibili condanne nei processi a suo carico e consolidare una maggioranza elettorale fondata su una condizione permanente di emergenza dopo il 7 ottobre.
Probabilmente questa è una parte di verità, ma non la principale. Perché è presumibile – e i fatti lo suggeriscono – che la maggioranza messianica che ha vinto le ultime elezioni (prima del 7 ottobre) avesse già in mente, e dopo quella data ha consolidato, un obiettivo preciso: la costituzione di un “Grande Israele”.
Ovvero l’acquisizione, sul campo, di Gaza, della Cisgiordania e del Libano meridionale. Una cintura di sicurezza attorno allo Stato di Israele.
Una guerra funzionale all’obiettivo
Tutto ciò che è stato fatto sin qui, e che si sta attuando anche in queste ore, sembra andare in quella direzione. Aver incontrato sulla propria strada Donald Trump è stato un viatico che non si poteva non sfruttare. E a questo compito si è dedicato, con efficacia, Netanyahu.
Si spiegano così la distruzione di Gaza, la crescente occupazione della Cisgiordania ad opera dei coloni, i piani di deportazione dei palestinesi, i bombardamenti nel Libano giustificati formalmente dalla necessità di abbattere Hezbollah, l’attacco all’Iran quale nemico esistenziale – un nemico che, peraltro, si è sempre dichiarato tale a sua volta.
Ecco perché si è arrivati a questo punto, e perché non è facile venirne fuori.
A Israele – a questo Israele – poco importa dell’isolamento internazionale. Interessa piuttosto conseguire il proprio obiettivo strategico, ormai esplicitato nei fatti.
Per riuscirci, tuttavia, è necessario un alleato alla Casa Bianca. Per il momento, quell’alleato c’è.
