Rischio noto, prevenzione rinviata
A Niscemi la frana di fine gennaio 2026 — nel quartiere Sante Croci, con la SP 10 interrotta e circa 1.500 persone costrette a lasciare casa — non è un “capriccio del meteo”. È l’esito di un modello: il pericolo viene riconosciuto, studiato, messo nero su bianco, ma non trasformato in opere e manutenzione. L’ex prefetta Isabella Giannola, commissaria dopo la frana del 1997, ha ricordato che allora, in pochi anni, furono realizzate infrastrutture essenziali per reggere la vita del quartiere; ciò che non arrivò fu la prevenzione strutturale del versante: un intervento di regimazione delle acque, prevista e di competenza regionale, rimasta incompiuta e — secondo Giannola — con fondi dirottati altrove. Qui il l’esposizione smette di essere tecnica e diventa decisione.
Il consenso del cemento e i progetti a scaffale
Dentro questa rinuncia cresce il circuito del consenso: controlli distratti, abusivismo tollerato, promessa ciclica di sanatoria e, in cambio, voti. Non è una patologia “del Sud”, né un’etichetta ideologica comoda: sul litorale laziale, nel 2023, Legambiente segnala 617 reati legati al ciclo illegale del cemento e 151 sequestri. Intanto, secondo ISPRA, l’Italia continua a consumare suolo al ritmo di circa 20 ettari al giorno: impermeabilizzare oggi significa moltiplicare l’impatto domani. E c’è anche lo spreco “pulito”: consulenze, studi e progettazioni che producono faldoni ma non cantieri, lasciando la messa in sicurezza in un cassetto e l’agenda pubblica prigioniera del rito dell’annuncio. Le responsabilità sono diffuse, tra Stato, Regione e Comune.
Ricostruire senza farsi saccheggiare
Dopo il disastro arriva la seconda partita: la normalità da ricucire. È qui che lo Stato rischia la doppia beffa: pagare il danno e, se abbassa la guardia, alimentare economie opache. L’ANAC, nel suo lavoro di vigilanza preventiva sugli appalti legati alle ricostruzioni, insiste sulla necessità di bilanciare rapidità e presìdi, per evitare “devianze e distorsioni” tipiche dei contesti emergenziali. Servono, quindi, tracciabilità dei passaggi, trasparenza sui soggetti economici e un principio semplice: la legalità non è burocrazia, è protezione civile.
Il dissesto, in definitiva, non è destino: è una scelta politica. Non perché la geologia sia negoziabile, ma perché lo sono le regole, i controlli, la manutenzione e il coraggio di dire “qui non si costruisce più”, prima che lo dica il terreno. Finché prevenire non genererà lo stesso consenso che genera riparare, continueremo a pagare due volte: con le tasse e con l’esilio temporaneo delle comunità.
