Home GiornaleIl metodo democristiano? Scomparso. Da qui la crisi della politica italiana

Il metodo democristiano? Scomparso. Da qui la crisi della politica italiana

Mediazione, rispetto della Costituzione, centralità del Parlamento e cultura della sintesi erano il cuore dell’azione democristiana. La loro scomparsa ha lasciato spazio a radicalizzazione, trasformismo e impoverimento della democrazia.

Il metodo e il merito della politica

Il “metodo” democristiano, almeno così pare, è decisamente scomparso dall’orizzonte politico italiano. Un metodo che era strettamente intrecciato con la politica, cioè con quelle categorie che caratterizzano la qualità della democrazia.

Dalla cultura della mediazione al profondo rispetto della Costituzione; dal rispetto degli avversari, che non erano mai nemici da distruggere ma interlocutori con cui confrontarsi, al valore della sintesi; dalla centralità del Parlamento al decoro delle istituzioni. Di tutte le istituzioni democratiche.

Ma accanto al metodo c’era – eccome se c’era – anche il merito della politica. E su questo versante era il progetto politico a sventolare e a trionfare. Dalla chiarezza in politica estera al ruolo delle istituzioni, dal programma economico e sociale al governo della società attraverso gli strumenti concreti della democrazia.

Ora, senza scadere nell’esaltazione acritica ed agiografica, non possiamo non sottolineare che quel metodo – e a prescindere ancora dal merito – si è progressivamente dissolto. Le forze politiche, tanto di destra quanto di sinistra, hanno infatti rinunciato a quel preciso bagaglio politico, culturale e forse anche etico. E questo per due ragioni di fondo.

 

La radicalizzazione dello scontro politico

Innanzitutto perché la radicalizzazione della lotta politica da un lato e la polarizzazione ideologica dall’altro hanno definitivamente soppiantato quella “cultura del comportamento” che ha caratterizzato l’azione della Dc per quasi cinquant’anni nella vita politica del nostro Paese e che è sopravvissuta anche per alcuni lustri dopo l’avvio della cosiddetta seconda Repubblica.

Una radicalizzazione che esalta lo scontro, la demonizzazione ideologica, la fatwa moralistica e, in ultimo ma non per ordine di importanza, la delegittimazione dell’avversario. Un avversario che non è più considerato un interlocutore politico ma diventa un nemico, ritenuto per definizione non titolato a governare.

È di tutta evidenza che, di fronte a tutto ciò, saltano sistematicamente le categorie che individuano nel confronto, nel dialogo e nel rispetto la cifra essenziale per fare e declinare la politica nella società contemporanea.

 

Labbandono della grammatica costituzionale

In secondo luogo, il metodo democristiano esaltava la grammatica politica costituzionale.

Al di là degli storici e incalliti detrattori di quell’esperienza – quasi tutti collocati, ieri come oggi, nella cultura politica della sinistra italiana, comunista o post comunista non fa differenza alcuna – è indubbio che la crisi della politica contemporanea si intreccia con la sostanziale rinuncia a osservare e, soprattutto, a vivere e praticare le norme, i principi e i valori costituzionali.

Al di là dell’ipocrita e moralistica genuflessione di molte forze politiche, è del tutto evidente che la distanza siderale dall’impianto costituzionale si registra concretamente nel comportamento quotidiano di molti partiti. O di ciò che resta dei partiti.

È appena sufficiente ascoltare quei tristi e squallidi “pastoni” televisivi dei vari Tg per rendersene conto.

 

Senza quel metodo la politica si impoverisce

Con altrettanta certezza, e senza alcuna regressione nostalgica, non si può non dire che senza il recupero di quel metodo l’intera politica italiana è destinata a convivere con i peggiori vizi che oggi la caratterizzano.

Dal trasformismo all’opportunismo, dalla radicalizzazione alla violenza verbale, dalla gestione dell’esistente all’assenza di qualsiasi visione a medio-lungo termine, dalla sostanziale negazione dei valori costituzionali al disprezzo degli amici e degli avversari.

Forse è bene pensarci prima che sia troppo tardi. Non per noi, ma soprattutto per la qualità e il futuro della democrazia italiana.