L’incontro pasquale come matrice di un’esistenza
Quando ero ancora un giovanissimo ricercatore del Centro Universitario Cattolico, mi fu chiesto che cosa ispirasse Giorgio La Pira nella sua poliedrica attività di docente, padre costituente, sindaco di Firenze e deputato; ma soprattutto, cosa lo rendesse quel profeta di pace e apostolo della «povera gente» capace di parlare ai grandi della Terra. Ricordo che, seppur mi accostassi da pochi mesi allo studio del “Sindaco Santo”, la risposta appare subito nitida: la matrice di tutto era l’incontro pasquale con il Cristo risorto.
Lo confessò lo stesso La Pira in una celebre lettera all’amico Salvatore Pugliatti del 1933, ricordando come l’incontro con Gesù Eucaristico, avvenuto nella Pasqua del 1924, gli avesse fatto risentire nelle vene un’innocenza «così piena da non poter trattenere il canto e la felicità smisurata». Dopo alcuni anni di riflessione e studio sulla sua figura, sono convinto che sia stata proprio questa irruzione della Grazia ad orientarne il pensiero e l’azione: una gioia metafisica che si faceva prassi politica.
La Risurrezione: rivoluzione ontologica della storia
La Settimana Santa non è la sola morte in croce, ma la Risurrezione, la forza dirompente di una vita che vince il limite: non un semplice “rinascere” tornando a ciò che si era, ma un “risorgere” a vita nuova. Questo evento, baricentro della fede cristiana, rappresenta la rivoluzione più radicale della storia: la vittoria ontologica del bene sul male, una luce che squarcia le tenebre del mondo. Per raggiungere questa Gloria, il “Nuovo Adamo” ha attraversato l’abisso più estremo della sofferenza: dal rinnegamento alla flagellazione, fino al legno di una croce.
Le aporie del nostro tempo e la domanda sulla speranza
Ponendo lo sguardo su questo mistero, il pensiero corre inevitabilmente alle aporie del nostro tempo. Viviamo un’epoca in cui i giovani faticano a «volare alto» e in cui la crisi demografica, certificata dai recenti dati Istat, racconta il silenzio di cuori che hanno smesso di sperare nel futuro. In un mondo dove la guerra e le nuove forme di violenza sembrano voler recidere quell’umanità essenziale che ci rende fratelli e popoli, sorge spontaneo un interrogativo: è ancora possibile risorgere?
La radice che non si sradica: la profezia di La Pira
Il Cristianesimo, temprato dai “corsi e ricorsi” della storia, ci offre una risposta affermativa, a patto di abitare la speranza con coraggio. La Pira ne ebbe certezza profetica, oltre che testimonianza. Nelle sue lettere pasquali indirizzate a Chruščëv negli anni Cinquanta, egli scriveva con convinzione che di una pianta si possano recidere i rami e intaccare il tronco, ma non si possa sradicare la radice, poiché essa è destinata a rigermogliare. Richiamando l’identità spirituale dei popoli, possiamo affermare con le sue parole che nella storia «la radice nella quale le nazioni cristiane sono radicate torna “a ributtare”: dopo l’inverno si apre misteriosamente ma irresistibilmente […] la nuova stagione storica della primavera». Una stagione che non è ripetizione del passato, ma una nuova opportunità di redenzione per l’umanità intera.
Pasqua 2026: l’impegno dei cristiani nella storia
In questa Pasqua 2026, siamo chiamati a scorgere questa opportunità, consapevoli che la storia è finalizzata alla salvezza e che Cristo risorto – come amava ripetere La Pira – «ne è il misterioso, ma effettivo, finalizzatore».
L’impegno dei cristiani nella società e nelle istituzioni nasce esattamente qui: nel tradurre la Risurrezione in gesti concreti di pace, sviluppo e giustizia. L’esperienza di La Pira resta la testimonianza più alta di come la fede possa farsi cultura e la speranza possa farsi azione quotidiana. La domanda, dunque, interpella ciascuno di noi: siamo disposti ad abbandonare le tenebre del sepolcro per farci portatori di luce? Siamo pronti a vivere, e non solo a celebrare, la Pasqua?
Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale
