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mercoledì, 4 Febbraio, 2026
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Il Natale, il carcere e noi

La dignità della pena nel tempo del Natale: il Giubileo dei detenuti richiama la responsabilità civile, costituzionale e umana di non voltarsi dall’altra parte.

A volte, anche in un tempo di festa, si deve parlare di ciò che è scomodo e che scatena reazioni opposte, impulsi di consenso o di rigetto in chi si confronta con il tema della condizione carceraria nel nostro Paese. Anche Leone XIV con il Giubileo dei detenuti ha voluto ricordare agli uomini liberi che non si può restare indifferenti a quanti stanno pagando una pena dietro le sbarre a cui non va mai sottratta la dignità della persona e la speranza di un positivo futuro.

Le morti nere”

Qualcosa evidentemente nel nostro Paese non gira per il verso giusto. Il sovraffollamento crea, senza scampo, una condizione di violenza e di angoscia. Se durante il tempo estivo, in virtù di uno spazio compresso, si litiga persino a bordo di lussuosi yacht, tanto più accade nelle essenziali celle di una prigione. Quest’anno, all’interno di quelle mura, si contano 223 morti tra cui 76 suicidi a cui non è lecito fare indifferentemente spallucce.

La questione non può essere risolta, si fa per dire soltanto e semmai grossolanamente, costruendo nuove carceri e ristrutturando le circa 190 prigioni tra case circondariali e istituti di reclusione. Le prime per chi in attesa di giudizio e sconta una pena inferiore ai 5 anni, le seconde per chi debba scontare una condanna definitiva superiore al quinquennio. Non è solo e soltanto una questione di spazi.

Ci sono due altri profili che meriterebbero di essere perlomeno considerati. Il primo attiene al recupero di una umanità che non può essere condannata per sempre nel dimenticatoio come se la sua esistenza debba inevitabilmente esaurirsi nel male che ha commesso, senza possibilità di riscatto e di riaccredito con il prossimo. La nostra Carta costituzionale racconta di una funzione rieducativa della pena alla quale, cadendo nell’irruenza e faciloneria dei giudizi, non dovremmo sottrarci.

Il lavoro oltre le sbarre

Perché questo avvenga è necessario offrire una prospettiva a chi, scontata la condanna, torna nella società libera. L’ipotesi di un reinserimento richiede necessariamente la possibilità di ingresso nel mercato del lavoro. Per metterla giù con i numeri sembra che ci sia una recidiva solo del 2% di coloro che in carcere abbiano avuto l’opportunità di frequentare un corso di formazione professionale apprendendo un mestiere in cui spendersi nel mondo senza recinzioni. Al riguardo non sfugga come gli imprenditori possano guardare a queste risorse umane con significative agevolazioni fiscali ed incentivi vari.

Diversamente sembra che la recidiva dei detenuti senza un lavoro da proporre sia superiore al 70%. Il grave punto di inciampo è che sembra come solo in una ventina di istituti di pena sia possibile apprendere quanto può servire alle imprese spesso in crisi, mancando la manodopera per ciò che serve.

Il vantaggio per il borsellino dello Stato

Se non bastassero i numeri a maturare un convincimento su come sia bene muovere un ragionamento di altra prospettiva verso una umanità caduta in errore, può tornare almeno conveniente un dato di moneta e di tasca. Una popolazione costante di detenuti rappresenta un costo che uno Stato dovrebbe tentare di ridurre. Pare, se vero, che ogni detenuto costi tra i 130 e i 150 euro al giorno ivi compreso la spesa del personale di sorveglianza e il mantenimento. Non si tratta proprio di spiccioli. Discutiamo di miliardi l’anno.

Se pure questo non persuadesse ad invertire la rotta attuale, dovremmo pensare all’impegno delle economie e dei sistemi di produzione moderni per recuperare e riciclare ogni materiale, compreso quello di scarto. Stessa attenzione e medesimo sguardo potrebbe aversi anche per gli uomini e donne che hanno sbagliato ma che hanno ancora qualcosa da dare o, più cinicamente, per cui possono essere utilizzati.

Uno sguardo oltre il recinto

Il carcere era in origine il recinto o, meglio ancora, indicava le sbarre del circo in cui muovevano bighe e cavalli nelle corse dell’antichità. Non sarebbe male se uomini e donne potessero tornare a fare la corsa della propria vita senza un perimetro che li costringa obbligatoriamente sempre allo stesso giro. L’etimologia della parola prigione viene dal latino prehendere, afferrare o catturare qualcuno o qualcosa. Forse dovremmo farci catturare dall’idea di uno sguardo diverso sulla condizione carceraria, oltre un primo istinto, afferrando l’idea di una concezione nuova di approccio al tema di una anticipata resurrezione prima della morte.