Il governo Meloni ha ritenuto, non senza una punta di arroganza, di confermare la data del referendum per la riforma costituzionale del Consiglio Superiore della magistratura. Anche se il quesito è stato ampiamente modificato per una evidente ragione di trasparenza e correttezza informativa verso i cittadini che la Corte di Cassazione ha riconosciuto.
La fretta del governo e il calendario della distrazione
La premier sembra sicura del fatto suo, avendo fretta e ritenendo di poter godere dei vantaggi di un calendario ricco di eventi e spettacoli nazional-popolari, usati come armi di distrazioni di massa: le Olimpiadi invernali seguite dall’orgia canora di Sanremo. Poi rimangono tre settimane di marzo. Si voterà poco dopo le Idi di marzo.
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Un attacco all’autonomia della magistratura
Per il governo di destra tutto sembra preparato per giungere finalmente a dare un colpo duro alla Costituzione, dando una lezione ai magistrati (tutti nemici, anche quelli non di sinistra) e all’autonomia della magistratura.
Mi rivolgo a quegli esperti costituzionalisti, alcuni dei quali hanno avuto anche qualche responsabilità politica, che si affannano a disquisire sui profili tecnici della riforma, per concludere che voteranno Sì perché, in fondo, si tratta di una buona e giusta riforma.
La domanda decisiva: il giorno dopo?
A questi e a quegli amici che vengono dalla militanza democratico cristiana, anch’essi attratti dalle ragioni del governo, vorrei chiedere di interrogarsi su cosa accadrebbe il giorno dopo di una eventuale vittoria del Sì. Vorrei chiedere di domandarsi cosa avrebbero fatto, in questa situazione, i leader politici che non ci sono più, e principalmente Franco Marini, che ha caratterizzato gli ultimi venticinque anni del popolarismo politico.
Il vero obiettivo: il premierato
Se il governo dovesse vincere, la Meloni, oggi in apparenza distante (“è solo una riforma tecnica”, “per una buona giustizia”), salirebbe in piedi sul tavolo della politica per dire che i cittadini vogliono con forza questo governo, per accelerare quindi anche la riforma costituzionale del premierato (con un nuovo referendum) e per ricandidarsi con rinnovata energia politica alla guida di una coalizione sempre più a destra, compreso il generale Vannacci, verso una nuova vittoria.
In un colpo solo spazzerebbero via le gracili prospettive del campo largo e tutto quel complesso sforzo che da varie parti si sta compiendo per ricostituire una più vasta area di centro riformista, degasperianamente aperta alla collaborazione con una sinistra non antagonista.
Una questione eminentemente politica
Credo davvero che questo sia un film dell’orrore, che bisognerebbe evitare di proiettare. Ecco perché il prossimo referendum è, esclusivamente, una cruciale questione politica. Baloccarsi con le disquisizioni tecnico-giuridiche su una legge costituzionale che è uscita dal Parlamento esattamente con il testo con il quale è entrata è del tutto fuori luogo.
Con buona pace dell’articolo 138 che i costituenti vollero, indicando una strada riformista basata sul confronto e sulla meditata ponderazione.
Una destra estranea allo spirito costituzionale
Questa destra non si sente figlia della Costituzione repubblicana, anche se finge di rispettarla, in attesa del momento opportuno per sferrare i colpi decisivi. Il menefreghismo avanguardista di buona memoria, arricchito da una incredibile cifra di autoritarismo nei confronti del mondo della scuola, degli studenti e dei giovani, delle famiglie che scendono in strada con il passeggino, dei diritti dei lavoratori e dei sindacati, degli immigrati, è un teatro politico che deve essere democraticamente chiuso.
Con la partecipazione civile consapevole della maggioranza degli italiani.
