La solitudine dietro il silenzio
Riccardo ha 19 anni e una rabbia che gli vibra nelle dita. È arrivato in comunità dopo mesi di silenzi dolorosi, implosi, vissuti nel chiuso della sua stanza, tra farmaci che anestetizzavano i giorni e le notti senza tregua. Aveva gli occhi spenti, opachi come vetri offuscati, lo sguardo chino, l’umore piegato come un ramo sotto il peso. Le braccia — a volte visibili oltre le maniche rimboccate — raccontavano con cicatrici rosee, sottili e parallele un dolore che aveva cercato sfogo nella pelle, quando nessuno sembrava disposto ad ascoltarlo davvero.
Riccardo mi ha fatto pensare alla solitudine radicale che Sartre racconta nel Muro: quella dei prigionieri chiusi nella stessa cella, eppure ciascuno irrimediabilmente solo, dove neppure la presenza dell’altro riesce a consolare.
All’inizio osservava tutto con diffidenza, come chi ha smesso di attendere qualcosa dagli altri: una sfiducia abbandonica, come se fosse stato reciso da quel legame primario che tiene ancorata l’esistenza a un senso possibile. Quando l’ho incontrato, non ha parlato. Ha preso una sedia e si è seduto lontano, ma non troppo.
Era il suo modo per dire: «Sto qui, ma non avvicinarti troppo».
Una domanda nell’orto
Ci sono voluti giorni, segnati da un umore incerto e altalenante, prima che affiorassero parole, tronche, guardinghe, come se anche il dire fosse un rischio, un gesto di fiducia difficile da concedere. È successo mentre zappavamo l’orto insieme, sotto un sole di fine ottobre che ingannava il freddo.
«Tanto se poi te ne vai anche tu, che senso ha?» ha detto all’improvviso.
Ho fermato le mani e il cuore. Non ho risposto: non avevo nessuna risposta pronta, e forse non serviva. Ho ripreso a zappare, con gesti più lenti, quasi rituali. Sono rimasto. Non ho cercato scorciatoie né parole che addolcissero. Ho scelto di sostare, in silenzio e con fatica, sperando di varcare anche solo di un passo il tumulto che lo abitava.
Il coraggio educativo di restare
Quella pausa, quell’apparente non-fare, è stata l’inizio di una fiducia. È la scommessa che il lavoro educativo fa contro il Muro: che una presenza capace di non fuggire possa, invece, incrinare la solitudine.
Riccardo, come tanti ragazzi oggi, non cerca risposte immediate, ma presenze che reggano l’urto del suo dolore. In un tempo saturo di stimoli ma povero di legami che sanno di terra, fatti di corpo e di tempo condiviso, i giovani hanno bisogno di adulti fermi e attenti, capaci di abitare la fragilità senza ritirarsi.
Non desiderano relazioni che li sovrastino, ma legami che si radichino nel loro sé, che sappiano orientare senza imporre, accompagnare senza cedere alla retorica educativa.
Per questo noi adulti dobbiamo avere il coraggio di restare, di fermarci accanto a chi sta ai margini, senza la fretta di guarire, ma con la pazienza di chi sa che ogni tempo donato si fa seme: di fiducia, di affidamento, di una rinascita possibile, lontana da una logica che misura tutto in base a ciò che rende, e non a ciò che salva e trasforma.
Custodire chi non chiama
Ripenso a quella domanda nell’orto. Riccardo non chiedeva aiuto, eppure chiedeva tutto: che qualcuno non se ne andasse.
Custodire chi non chiama è questo: restare nel buio accanto all’altro senza pretendere di rischiararlo, perché il mattino, quando verrà, sia davvero suo.
Perché, in fondo, ciò che davvero manca è una relazione devota.
È qui pubblicato per gentile concessione dell’autore l’articolo che oggi compare nell’edizione a stampa dell’Avvenire.

