Quando nel 1999 Frances Stonor Saunders pubblicò in Gran Bretagna Who Paid the Piper? — titolo che evoca con ironia la filastrocca del pifferaio di Hamelin, dove chi paga decide la musica — la stampa italiana lo ignorò quasi del tutto. Non era disattenzione: era, come ha scritto Giovanni Fasanella nella prefazione alla prima edizione italiana appena pubblicata da Fazi Editore (La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo), un vero e proprio “meccanismo di rigetto”. Il libro scottava, e scottava in modo particolare in Italia, dove molti dei nomi citati appartenevano alla memoria viva di una cultura che si era sempre voluta indipendente e critica.
Il tema del libro è scomodo nella sua semplicità: per vent’anni, tra il 1947 e il 1967, la CIA finanziò in segreto una parte consistente della vita culturale europea. Non con la propaganda volgare dei manifesti, ma con il metodo opposto — riviste di qualità, festival musicali, mostre d’arte, borse di studio, convegni internazionali — affidando l’operazione a una rete di fondazioni filantropiche usate come copertura. Il braccio visibile era il Congresso per la libertà della cultura, fondato a Berlino nel 1950. In diciassette anni vi furono investiti oltre dieci milioni di dollari. Il nome in codice interno era “packet”. Gli intellettuali coinvolti, in molti casi, non sapevano nulla.
L’Italia nello scontro est-ovest: riviste, salotti, reti
Il capitolo italiano è particolarmente rivelatore. La sezione italiana del Congresso, denominata Associazione italiana per la libertà della cultura, fu istituita da Ignazio Silone alla fine del 1951 e divenne il centro logistico ed economico di una federazione di circa cento gruppi culturali. Le riviste che hanno formato la cultura laica italiana del dopoguerra — Il Mondo, Il Ponte, Tempo Presente, Il Mulino — erano finanziate direttamente o indirettamente attraverso questo consorzio.
Alla riunione fondativa di Berlino nel luglio 1950 erano presenti Benedetto Croce come presidente e Altiero Spinelli tra i delegati italiani. La sezione italiana includeva Adriano Olivetti e Mario Pannunzio. Nei salotti romani, Marguerite Chapin Caetani dirigeva da Palazzo Caetani la rivista Botteghe Oscure, che promosse Calvino, Moravia, Pasolini, Carlo Levi, Attilio Bertolucci. Elena Croce, figlia di Benedetto, selezionava per l’USIS — l’ufficio americano di diplomazia culturale — gli intellettuali ritenuti frequentabili. Suo marito Raimondo Craveri indicava all’ambasciata americana i politici affidabili. La loro casa era frequentata da Henry Kissinger e dal giovane Gianni Agnelli, e dominata dalla figura di Raffaele Mattioli, fondatore di Mediobanca, di cui gli americani si fidavano al punto da discutere con lui i piani per la ricostruzione già nel 1944.
Perché non ci sono i cattolici o i democristiani?
Scorrendo la lista dei nomi italiani coinvolti nell’operazione emerge tuttavia un vuoto che merita riflessione. I protagonisti italiani del Congresso per la libertà della cultura appartengono quasi esclusivamente a due aree culturali: quella laica liberale — Croce, Craveri, Pannunzio, Caetani — e quella democratico-socialista o di sinistra non comunista — Silone, Chiaromonte, Spinelli, Olivetti, Calvino, Pratolini. Il mondo cattolico e democristiano, che pure in quegli anni governava l’Italia e ne incarnava la principale identità politica di massa, è completamente assente dalla mappa tracciata da Saunders.
Questa assenza non è priva di significato. La DC non aveva bisogno di essere arruolata nella rete del Congresso: era già strutturalmente ancorata all’alleanza atlantica, sostenuta dalla Chiesa, radicata in una cultura popolare che trovava nella fede e nella tradizione comunitaria le sue risorse anticomuniste. Gli intellettuali cattolici e i dirigenti democristiani non erano terreno da coltivare per Washington: erano già in campo, con motivazioni autonome e radici profonde nella società civile italiana. La CIA cercava interlocutori nella sinistra non comunista e nel laicismo liberale, ossia negli ambienti che potevano essere tentati dall’utopia sovietica o che ne avevano già subito il fascino. Il mondo cattolico era culturalmente impermeabile a quella tentazione, e non aveva bisogno di essere convinto né orientato dall’esterno.
Una storia aperta: manipolazione, consenso e autonomia della cultura
La domanda morale che Saunders lascia aperta è però universale, e riguarda anche chi non compare nella sua mappa. C’è un confine oltre il quale anche una causa giusta — e quella anticomunista aveva le sue ragioni — si trasforma in strumento di manipolazione? Alcuni degli intellettuali coinvolti sapevano dei finanziamenti CIA, altri lo intuivano senza volerlo verificare, altri erano in buona fede. Ma tutti, in misura diversa, prestavano la propria voce a una strategia che non avevano scelto.
Il punto più acuto del libro non è la rivelazione in sé — che la CIA finanziasse la cultura per combattere l’URSS era, almeno a grandi linee, già noto. Il punto è il metodo: la costruzione del consenso attraverso la cultura è tanto più efficace quanto più rimane invisibile. Le idee più nobili — libertà, pensiero critico, pluralismo — possono essere usate come involucri di una propaganda sofisticata proprio perché sembrano il contrario della propaganda. È questa la lezione duratura del libro della Saunders, che arriva in Italia con trent’anni di ritardo ma non per questo priva di attualità.
